Le elezioni di medio termine con cui gli italiani potranno dare il proprio giudizio sul governo e su Matteo Renzi non saranno quelle amministrative di primavera. Piuttosto, a fare il tagliando al governo, sarà il referendum che, intorno alla metà di ottobre, dovrà confermare le riforme istituzionali. “Se perdo il referendum considero fallita la mia esperienza politica” è la sfida del presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno (fluviale, due ore e mezzo), dichiarazione che vale doppio visto che poco prima aveva assicurato che “questo è il mio ultimo incarico pubblico“. Certo, la sfida sembra “facile”, i sondaggi danno il sì come stravincente, ma la sicurezza del capo del governo non deriva dalle indagini sulle opinioni (“Mi interessano di più quelli sui consumi degli italiani”) piuttosto dal lavoro fatto dal governo con il quale, dice, si registra la vittoria della politica contro il populismo per 4 a zero. Per esporre i “dati di fatto” – così dice più volte – si aiuta con le solite slide, ma questa volta sono un po’ particolari: ognuna è divisa in due parti, sopra c’è un gufo con un fumetto e un messaggio pessimista o scettico, sotto c’è l’obiettivo raggiunto. Così su economia, lavoro, riforme istituzionali, cultura, politiche comunitarie. La scaletta la stessa usata nella newsletter di domenica, i 15 punti con i quali Renzi ha riassunto il 2015 dell’esecutivo. Un’azione che in questi 22 mesi ha trasformato “una legislatura strascicata” che non andava avanti ad una in grado di fare le riforme e di eleggere, dopo solo 4 sedute, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 

Il 2015, spiega Renzi, “è andato meglio del 2014. È andato meglio delle nostre previsioni nel 2014: lo dice la realtà dei fatti” e se questo che si sta per concludere è stato “l’anno delle riforme, il 2016 sarà l’anno dei valori”. A partire dalla legge di Stabilità, sottolinea, perché molti parlano di “mance e mancette”, mentre invece “mette denaro” su settori come “scuola, università, cultura, servizio civile”. Sotto il profilo della situazione economica “si è visto, in alcune delle principali sfide che sembravano impossibili, un segno positivo. Il Pil è cresciuto si diceva che il Jobs act non sarebbe mai stato attuato e il tasso di disoccupazione è ancora molto alto ma è all’11,5%, 300mila persone hanno trovato lavoro”. L’Italia, dice Renzi, è fuori dalla recessione. “Si diceva – aggiunge – che l’Italia era in stagnazione perenne: se guardiamo dati vediamo che il segno più torna a crescere: era previsto lo 0,7% e siamo allo 0,8”.

Tra gli altri punti di svolta di quest’anno per il governo ci sono certamente le riforme istituzionali. La riforma delle legge elettorale, per esempio, per il capo del governo è stata un passaggio difficile e comunque un “capolavoro parlamentare“, quanto alle riforme istituzionali, dopo gli ultimi via libera del Parlamento, “immaginiamo il referendum nel mese di ottobre 2016” e se la linea del governo perdesse, “considererei fallita la mia esperienza politica“. Poi c’è la riforma della Pubblica amministrazione: “Sui decreti di attuazione” della riforma della Pa partiremo a gennaio, avremmo preferito a dicembre ma non ci siamo riusciti, ma la responsabilità non è del ministro” Madia. “Da gennaio ad agosto chiuderemo tutti i decreti di attuazione”.

Poi il capitolo banche. “Chi ha subito danni o è stato truffato”, e non sono “moltissime persone”, deve sapere che lo Stato è dalla sua parte e noi faremo di tutto perché possa avere” indietro quello che ha perso”. Il presidente del Consiglio ha poi aggiunto di non voler chiedere “deroghe” a Bruxelles sulle attuali regole. “Non c’è rischio sistemico, le banche italiane sono molto più solide” di tante banche europee e “non cambierei il sistema bancario con quello tedesco nemmeno sotto pagamento”. “In Italia – continua – ci sono state troppe banche, anche di paese, e in un modello europeo le banche di paese ce la fanno meno. Se vogliamo dare una mano, bisogna avere coraggio di dire che c’è bisogno del decreto sulle banche popolari”. I critici di oggi che attaccano l’esecutivo sul caso banche, “dov’erano quando si è trasformato in legge decreto sulle popolari?”.  

Renzi dice che non toccherà le pensioni. “Se ci saranno da fare degli interventi sulle pensioni d’oro saranno fatti dopo un lungo dibattito che sarà contraddistinto da grande trasparenza”, ma, precisa, bisogna vedere cosa significa “pensioni d’oro”: “Io non considero una pensione da 2 mila euro una pensione d’oro, anche se magari deriva dal retributivo. Abbiamo evitato di intervenire nel 2015 perché il rischio di combinare qualche pasticcio era elevato. Bisogna evitare di continuare a dare elementi di confusione: nel 2016 quindi discuteremo e ragioneremo”.

Sulla questione delle politiche comunitarie e dei rapporti con Bruxelles, Renzi vuole rimarcare che “l’Italia non dichiara la guerra al’Europa: noi chiediamo solo di far rispettare le regole a tutti. Chiediamo rispetto per l’Italia e chiediamo chiarezza”. E il riferimento latente è per esempio alla questione immigrazione: Renzi nei giorni scorsi ha fatto notare più volte che contro l’Italia è stata avviata una procedura d’infrazione perché non ha preso le impronte ai migranti, quando lo stesso è accaduto con altri Paesi (cioè la Germania). Quanto alla manovra finanziaria, il presidente del Consiglio dà “per scontato” l’ok dell’Unione Europea alle richieste di flessibilità sulla legge di Stabilità, perché l’Italia non solo “non chiede sconti”, ma ha rispettato “tutte le regole” e “chiede che le regole Ue siano rispettate da tutti”. Anche qui ha ricordato come ci sia già stato un Paese che ha sforato: era la Germania e il via libera in quegli anni (2003-2005) fu dato dalla presidenza di turno, cioè il governo italiano di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Detto questo il capo del governo dice di avere “uno splendido rapporto personale con la cancelliera Merkel, ma io rappresento l’Italia e vorrei che la stampa prendesse atto che quando parla il premier italiano non è necessario scrivere costantemente che si sta lamentando dell’Ue. Se con la cancelliera Merkel discutiamo di linee della politica economica europea non stiamo attaccando l’Europa, la stiamo difendendo”. Anche perché, aggiunge, l’Europa “cresce meno perché ha scelto un politica economica sbagliata: la politica di Obama ha portato l’America fuori dalla recessione, quella europea no. Non è stata scelta la strada giusta, quella di flessibilità, crescita e investimenti”. 

Infine il percorso incidentato delle unioni civili, campo in cui l’Italia è fanalino di coda in Europa e in gran parte del mondo occidentale. E’ “un tema che va depurato da tensioni di natura politica stretta – spiega – E’ un tema che divide, anche dentro il Pd ci sono molte divisioni e ce ne sono anche dentro Forza Italia. Ma io dico che dobbiamo portarle a casa, e che il 2016 non può che essere l’anno chiave”. E comunque “non c’è alcun collegamento” tra l’ok alle unioni civili, che potrebbe avvenire in primavera, e “le amministrative”: “Non è una questione legata al governo, non è, per esempio, un provvedimento sul quale il governo immagina di inserire la fiducia. Bisognerà lasciare a tutti libertà di esprimersi. Io ho la mia opinione per una civil partnership fatta di giustizia, equità, dignità”.