Ora che le sbornie comandate, i deliri consumistici e i cenoni in guisa di maratone gastronomiche sono conclusi, crediamo si possa offrire un’umile riflessione sul valore simbolico universale del Natale. Un’universalità che affonda le proprie radici in antichissimi culti primordiali, collegati al ciclo delle stagioni, dunque simbolicamente all’eterno ritorno di Morte e Resurrezione. Quelli che, brevemente, presenteremo sono dati storici, ognuno può interpretarli come vuole: gli atei come conferma della religione quale invenzione umana, sovrastruttura marxianamente destinata a divenire “oppio dei popoli”; i cristiani quale conferma dell’Incarnazione come compimento delle tradizioni precedenti: i ricercatori liberi da dogmi contrapposti come sentiero di ricerca alla radice degli archetipi, in ciò che Jung postulava come Inconscio Collettivo. Introdotto a Roma dall’Imperatore Eliogabalo (il cui stesso nome è un mantra a divinità solari), il culto del Sol Invictus (Sole Invitto, in quanto ogni mattino ri-sorgente dalle tenebre) fu sancito ufficialmente da Aureliano nel 274, con l’istituzione del Dies Natalis Solis Invicti, in occasione del solstizio d’inverno. Il Tempio dedicato fu consacrato proprio il 25 dicembre. Questo archetipo solare associato alla divinità aveva numerosi precedenti, celebrati attorno alla stessa data: da Krishna nell’Induismo a Horus nei culti egiziani, dal dio persiano Mitra al greco Dioniso, e molti altri.

Alcune di queste divinità pagane presentano tratti simbolici affini a quelli che saranno del Cristo (quali la nascita da una Vergine o la Resurrezione). Già nelle profezie veterotestamentarie, il Messia veniva indicato come l’avvento di un “Sole di Giustizia” (ad esempio nel Libro di Malachia). Un’allegoria che ritorna potente anche nel Nuovo Testamento: pensiamo al cantico di Zaccaria nel Vangelo di Luca, ove egli si rivolge al Battista come colui che annuncia “il sole che viene dall’alto”. Fu il papa Liberio nel 354 a identificare formalmente il 25 Dicembre con la nascita del Cristo, unificando la festività (prima si celebrava in alcune zone il 6 gennaio, in altre tra Marzo e Aprile).

Tutto questo, credo, possa essere illuminante per riappropriarsi più consapevolmente dei significati profondi di una festività che (al di là delle nostre posizioni filosofiche) è innegabilmente fondante nella nostra cultura.

Il valore per noi universale della figura cristica non è l’aspetto sofferente, grondante sangue e umiliazione, che ritroviamo nelle rappresentazioni di Grünewald o, recentemente, nella morbosità fanatica di Mel Gibson. L’enfasi sulla sofferenza del Redentore ha rappresentato la base ideologica sulla quale costruire una “morale del gregge”, come la definiva Nietzsche.

Non a caso, il celebre libro L’Anticristo del pensatore tedesco non è per nulla contro la figura del Cristo, ma contro il cristianesimo storico di derivazione paolina.

Una distanza efficacemente riassunta da Khalil Gibran nel suo Gesù, Figlio dell’Uomo, in cui fa dire a Saba di Antiochia: “Noi che conoscemmo Gesù e udimmo i suoi discorsi possiamo affermare che ci insegnava a rompere le catene della schiavitù per liberarci dal nostro ieri. Ma Paolo sta forgiando catene per l’uomo di domani”.

Noi riteniamo che il valore universale del simbolo del Cristo (valido anche per i non credenti) sia nella Resurrezione, da cui molti artisti illuminati hanno tratto luminosa ispirazione.

Ne ricorderemo solo alcuni.

Michelangelo-Giudizio universale

Il Cristo trionfante di Michelangelo nel Giudizio Universale, fiero, implacabile, rappresentato (come le deità indù accanto alla loro Shakti) assieme a Maria, al colmo della sua Grazia, come un pieno Sole Invitto (ricordiamo come nella pittura bizantina lo sfondo dorato indichi il Paradiso).

Il Cristo invincibile della Resurrezione di Piero della Francesca, vertice di una piramide invisibile nella struttura del quadro, definito dallo scrittore iniziato Aldous Huxley “la più bella pittura del mondo”.

Il Cristo/Leone Aslan, che muore e risorge ne Le Cronache di Narnia di C.S.Lewis, il quale continuamente ribadisce come esso sia “non un leone mansueto”.

E, per finire, Cristo la Tigre, il cui avvento illumina la poesia Gerontion di T.S. Eliot (nel verso che dà il titolo all’articolo, citato anche da Guccini nella Canzone dei dodici mesi).

Questo riteniamo sia il volto universale del Cristo, di cui nessuno scettico può negare il potente valore simbolico: la vittoria sulle tenebre e sulla morte, che dona senso e luce alla Storia.