Viviamo in tempi calamitosi. Oggi, soltanto a suo rischio e pericolo Cicerone potrebbe sostenere che l’otium, cioè l’occupazione principalmente votata alla ricerca intellettuale, sia una caratteristica dell’uomo libero, mentre Orazio s’esporrebbe addirittura al taglio della lingua, se osasse ancora intonare il suo carpe diem (Odi 1, 11, 8), la cui traduzione appropriata è “ruba un giorno al tempo”, sorta d’invocazione a cercare di porsi, appunto, al di fuori dall’interminabile e continuo ciclo “distruttore” del tempo stesso.

Beinecke Rare Book and Manuscript Library di New Haven (Yale University)
Beinecke Rare Book and Manuscript Library di New Haven (Yale University)

Oggi, la scena è occupata, per dirla con Giuseppe Giusti (Per il primo Congresso dei Dotti tenuto in Pisa nell’anno 1839), dalla progenie di quel “tirannetto // da quattordici al duetto”, il quale, nemico della “lanterna // che portò Diogene”, era ben determinato a imporre “con un decreto” il dietrofront a chi “puzza(sse) d’alfabeto”, potendo proseguire il viaggio “solamente gli asini”. Oggi, suonano campane a morto per quel “vecchio arnese” che sarebbe ormai l’orario di lavoro nemico dell’innovazione e si scagliano anatemi contro chi “tira in lungo la laurea per conseguire il 110 e lode”, piuttosto che “finire l’università a 21 anni con 97”?

Più che naturale, dunque, che chi candidamente confessi, con lingua faticosa e artefatta, di godersi meritatissimi otia hiberna, aggirandosi in una Biblioteca, s’esponga al sospetto di voler impiantare una friggitoria d’aria. Le Biblioteche, con i loro scaffali carichi di libri e i loro corridoi, immagine sia del labirinto della mente sia della memoria ordinata, nella loro atemporale faustiana tentazione alla conoscenza infinita, all’onnipotenza e all’immortale giovinezza, sono luoghi sommamente pericolosi.

E in quella in cui si trova il nostro immaginario Frequentatore, per quanto attutita, giunge l’eco della corruzione della vita economica, civile e politica; della pratica endemica di favori, a tutti i livelli: scambio di carriere politiche contro favori privati, concorsi pubblici decisi sulla base di accordi fra gruppi di pressione o cordate e non su quella del merito, cariche pubbliche a figli o amanti; dello sfruttamento di pubbliche risorse a vantaggio d’interessi privati; del familismo; del clientelismo; delle caste; della perdita stessa del senso delle istituzioni da parte dei governanti; della mafiosità dei comportamenti; della vera e propria penetrazione delle mafie in tutto il tessuto economico e nelle istituzioni; della perdita stessa delle istituzioni da parte dei governanti, sicché si dubita, per dirla con Pietro Giordani, “se la morale e la economia degli Stati debba essere la stessa de’ privati: e la gran sapienza de’ ladroni che si dicono ministri vuol per sé una morale e un’economia propria…”. L’eco, cioè, dell’antichissimo combattimento tra il Bene e il Male, che fuori si combatte tra due specie di capitalismo: il buono e il mafioso.

Sarà, comunque, la Biblioteca, sorta di trincea che parrebbe difendere il Frequentatore dalla paura della vita, ma nella quale egli rischia la distruzione della sua interiorità, fino a ridursi a vuoto guscio, simile alla corazza ch’egli stesso s’è costruita addosso con tanta cura, a soccorrerne la ragione, per consentirgli di proiettarsi verso l’esterno e comprendere i reali termini della contesa. Magari, all’inizio, s’imbatterà in due eccellenti scritti della prima metà del secolo XVIII: La favola delle api, poemetto satirico di Bernard de Mandeville. Pubblicato anonimo nel 1705 con il titolo The Grumbling Hive, or Knaves Turn’d Honest (L’alveare scontento, ovvero i Furfanti resi onesti), ristampato, con l’aggiunta del sottotitolo “Vizi privati e pubbliche virtù” e infine nel 1723 con il titolo Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits (La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù), e la famosa The Bagger’s Opera (L’opera del mendicante), di John Gay, rappresentata per la prima volta al Lincoln’s Inn Fields Theatre la sera del 29 gennaio 1728.

In ambedue è descritta la situazione nella quale ha origine la “mafiosità primordiale”. È il tempo durante il quale si dissolvono i vincoli tradizionali benedetti dall’aureola religiosa o mondana, si scioglie l’irrigidimento, le novità turbano il consueto andamento delle cose. Ciò che prima era rifiutato come mancanza e peccato, al tempo della svolta e del trapasso si afferma come una delle opportune possibilità di sviluppo.

Ne La favola delle api l’autore, esemplificando con un immaginario alveare, dimostra che la felicità pubblica di una società mercantile è legata non alla virtù, all’avvedutezza, alla parsimonia dei suoi componenti, ma ai loro vizi, ai loro comportamenti irrazionali e ai loro sprechi: “Private Vices, Public Benefits”. L’opera del mendicante mette in scena lo stesso abile e sottile ribaltamento dei valori, su cui si reggeva la società inglese del primo Settecento; i personaggi di Gay, tutti truffatori, ladri, sgualdrine, giudici e poliziotti venduti e avvocati compiacenti, sono i nuovi eroi di un mondo che altro non è che l’immagine riflessa di una Corte viziosa e di un sistema politico corrotto, nel quale gli affari pubblici, vale a dire le funzioni politiche, sono una fonte inesauribile di arricchimento personale, privato; potere e denaro si attraggono l’uno con l’altro; ricchi e abietti condividono gli stessi vizi: il legame è dato dall’interesse comune ad arricchirsi a qualsiasi prezzo. In quest’atmosfera nascono i costumi mafiosi, il senso mafioso per la giustizia: “Nella divisione del bottino sono stato sempre giusto”; e l’arte mafiosa di vivere che sprezza l’ipocrisia vittoriana: “È un poveraccio e un buono a nulla chi non trae ricavi da ciò che ha”.

Finalmente, il frequentatore della Biblioteca, verrà fortunosamente a contatto dell’opus marxianum, in cui la satira mandevilliana viene portata alle estreme conseguenze: il capitalismo è un’officina grandiosa, dove si produce tutto il possibile; è indifferente il ramo di attività, decisivo è il profitto; tutto, miseria, armi, pornografia, diventa merce e punto di partenza di lucrosità; tutti producono qualcosa: il contadino frumento, il fornaio pane, il poeta versi, il professore manuali di diritto, il criminale delitti. Anche quest’ultima attività è produttiva, occasione di lavoro, di occupazione, di guadagno per centinaia di migliaia di persone: abolito il crimine, cosa faranno poliziotti, giudici, avvocati, secondini e cappellani di carcere, docenti di diritto penale, legislatori, estensori di romanzi polizieschi, produttori di storie d’azione e loro spettatori e, naturalmente, moralisti di ogni sorta?

Al nostro immaginario Frequentatore basterà, a questo punto, trasferire questa esagerazione nella realtà del nostro tempo per rivelarne la veridicità: quali effetti catastrofici avrebbe, ad esempio, sull’economia di tutti i paesi del pianeta la liquidazione dell’industria degli armamenti?