Conferenza mondiale sul clima a Le Bourget

È proprio il caso di dire che: ”la montagna ha partorito un topolino”. Leggo, a destra e a manca, che il documento appena licenziato dalla COP21 ( Conference of Parties n°21), sarebbe un documento finalmente innovativo, che aprirà davvero a nuove vie per limitare i cambiamenti climatici, ormai evidenti a tutti.

I vocaboli più ricorrenti sono: “ invite”- invito, “as soon as possible”- appena possibile, “strive”- sforzarsi…; ma, se davvero un accordo per cambiare le cose doveva essere redatto, avremmo dovuto leggere: si deve procedere,  obbligando a fare entro il(specificando date chiare).

Invece, tutto ciò che si è riusciti a produrre, è un documento che pone in evidenza la necessità di contenere il global warming entro i 2° C, con obiettivo migliorativo a 1,5 ° C. Certo, la novità sta nel fatto che hanno firmato il documento 195 nazioni, convinte che i cambiamenti climatici debbano essere arrestati, e che lo si possa fare con un accordo che doveva essere sottoscritto almeno vent’anni fa. Ora, nell’accordo della COP 21 si trovano troppi punti deboli, troppo è lasciato alla libera programmazione dei singoli governi che, come ben si sa, sono eletti e sostenuti dalle varie lobbies, comprese soprattutto quelle petrolifere,  le quali hanno interessi totalmente differenti da quelli che si trovano dell’accordo stesso.

Mi chiedo come sarà possibile far capire alle varie nazioni che gli interventi da effettuare devono per forza andare nella direzione di una veloce dismissione delle politiche energetiche basate sul petrolio; mi chiedo come sia possibile che pure la nostra Italia, che ha molto enfatizzato questa firma, come fosse la reale soluzione al problema, possa continuare ad investire in trivellazioni al largo delle nostre coste per cercare il petrolio salvo, poi, sostenere candidamente di volerne ridurre l’impiego.

L’accordo di Parigi non è privo di significato, per carità, ma arriva fuori tempo massimo, poiché i vari governi dovranno modificare leggi e assetti economici per aderire fattivamente a ciò che ci si è preposti nell’accordo stesso; e questo è il punto debole dell’intera vicenda. Tali interventi richiedono anni e anni di programmazione economica, di interventi strutturali sul sistema basato sul petrolio! E non abbiamo così tanto tempo.   Questo accordo sarebbe stato davvero un grande evento storico, se fosse stato firmato 15-20 anni fa; ora avremmo politiche energetiche più sostenibili, investimenti più razionali nelle fonti rinnovabili e, forse, avremmo davvero iniziato il percorso di conversione di rotta. Forse, perché mi resta sempre il dubbio che anche se fosse stato firmato prima, nei termini attuali, cioè senza regime sanzionatorio verso le nazioni inconcludenti, molto probabilmente nulla sarebbe cambiato ugualmente. Solo che, ora, siamo molto avanti con il processo dei cambiamenti climatici e sapere che, per l’ennesima volta, si procede con accordi messi in mano “alla buona volontà” dei governi, potrebbe essere davvero disastroso.

L’uomo è troppo avido, accecato dal potere e dai soldi; persino di fronte all’evidenza scientifica del disastro che stiamo causando, persistiamo nel procrastinare gli interventi reali e ci limitiamo a produrre documenti di intenzioni. A quando un accordo con tempi certi, con interventi progettati ad hoc e con sanzioni per i paesi che non rispettano tali accordi? Intanto andiamo avanti così, tanto a pagare saranno le generazioni future, che ci malediranno per non aver saputo cogliere, anche questa volta, l’essenza del problema; solo fumo negli occhi, per dare l’impressione di voler cambiare le cose; ma nulla di concreto.

E, intanto, il tempo passa, nella quasi totale indifferenza della politica, che si prende carico di questi problemi con grande superficialità e supponenza.