Papa Francesco apre la 70ma Assemblea Generale dell'Onu

Siamo a una vera svolta nella politica vaticana. Finora papa Francesco aveva svolto in modo encomiabile il compito che gli era stato affidato dal Conclave: mettere in moto una straordinaria macchina di fumo in grado di nascondere lo stato della Chiesa cattolica ridotta da papa Wojtyla e da papa Ratzinger esclusivamente a una potenza politica conservatrice con tutti gli attributi che di solito si accompagnano alle potenze politiche non teocratiche, ovvero corruzione, costumi assai deplorevoli, una classe dirigente marcia, populismo, una collusione con dittatori e associazioni criminali come la mafia, perfino l’assassinio.

La fede e la religione erano rimaste degli optional di facciata. Francesco ha inondato il mondo di parole. Tutte bellissime. Per due anni quasi tutti sono rimasti incantati da quest’uomo, che, abituato al peronismo del suo paese, ha saputo parlare a tutti, promettere a tutti. Molti addirittura hanno sperato che la Chiesa cattolica potesse compiere almeno qualche passo verso la modernità, anche se con un ritardo di cinque secoli.

La demagogia è assai insidiosa. Difficile combatterla, perché si fonda sulle parole. C’è chi presta loro fede confidando su veri cambiamenti e chi rimane diffidente. Ma la scelta dipende perlopiù da valutazioni soggettive. Grandi laici si sono gettati a capofitto nelle braccia di Francesco usando dei ragionamenti più o meno condivisibili. Altri, in due minuti, sono passati senza motivarla dall’adesione acritica a Ratzinger all’adesione acritica a Francesco (e forse hanno ragione loro, perché hanno capito per primi che in effetti sono la stessa cosa).

Invece l’opportunismo politico e mediatico, più grossolano, ha dato origine a un vero e proprio MinCulPap, fino alla sguaiataggine clericale delle prima pagina dell’Unità di questi giorni. Ancora non ci si accorge che forse l’epoca della demagogia sta per finire. Non è importante rompersi la testa per rispondere alla domanda se i demagoghi credono davvero o no a ciò che affermano. Qui in Italia Renzi, in Vaticano Francesco. Solo i fatti rimangono la vera cartina di tornasole.

E non basta “ingigantire” il “nemico” per giustificare la miseria dei risultati. È rivelatrice del fallimento prima di tutto la mancanza di fatti riformatori veri. Certo, ora il Papa si fa consigliare dall’episcopato mondiale e coi Sinodi ha dato più rilevanza ai vescovi. Ma questo è servito per dimostrare anche con grande evidenza la resistenza del corpaccione ecclesiastico a ogni proposta innovatrice. Altro che Riforma. Il risultato dell’ultimo Sinodo è stato il classico topolino su un argomento non rilevantissimo come la comunione per i divorziati. Quindi, fatti poco o nulla, e al contrario alcune tracce negative sono assai significative.

Prima di tutto l’infelicissima frase del papa dopo la tragedia di Charlie Hebdo con cui confessa una sua predisposizione a menar le mani. Mentre tutto il mondo, assai scosso, si interroga sulla violenza dei fanatismi religiosi, il papa ha voluto confermare un tratto caratteristico di tutta la storia bimillenaria della chiesa. Ciò che colpisce di più in questa resa incondizionata alla società dello spettacolo è la superficialità di Francesco. Crede che i problemi, anche i più gravi, si possano risolvere con una frasetta generica a effetto. Afferma che i mafiosi sono da scomunicare, ma si dimentica poi di assumere i dovuti provvedimenti.

In Africa prende in considerazione l’uso del condom, ma si dimentica di affrontare con la dovuta serietà uno dei temi più tragici del Novecento, l’Aids, che ha causato un vero e proprio genocidio, favorito dall’ottusità delle norme etiche cattoliche caparbiamente e ossessivamente ripetute. La Chiesa, dopo decenni, ha cambiato idea? E adesso qual è la sua dottrina in proposto? Non basta una frasetta buttata là, tanto per fare demagogia. Ugualmente è per pagamento delle tasse. Gli esempi possono essere tanti.

Ma finalmente Francesco in questi giorni è arrivato alla resa dei conti. L’uscita di due libri zeppi di documenti non smentiti dimostra come il Vaticano non sia cambiato di una virgola, come il fumo di Francesco abbia continuato a coprire le peggiori malefatte, come sui punti più dolenti, lo Ior, Propaganda Fide e l’uso disinvolto dell’8 per mille, la situazione sia , se possibile, peggiorata. È inutile che Francesco dica che la nomina di quelle due figure a capo di tutta l’economia vaticana sia stato “un grosso errore”, perché è stato “un suo grosso errore”, incredibile e imperdonabile.

Ci sono vari libri sull’Opus dei, mille inchieste giornalistiche su quell’associazione segreta di una potenza inaudita. Francesco non può far finta di essere venuto da un altro pianeta, di non conoscere l’Opus dei e affidare a uno dei suoi uomini la Riforma. Francesco non può far finta di non conoscere l’ordinamento giudiziario della Santa sede e mostrare sfacciatamente a tutto il mondo che la chiesa cattolica è rimasta alla Inquisizione perché non garantisce il diritto di difesa. Così, invece di procedere con qualche provvedimento contro i mille malfattori ecclesiastici citati dai due libri, manda sotto processo chi ha svolto più che egregiamente il suo lavoro giornalistico e ha scoperchiato i sepolcri imbiancati.

Solo due parole per chiudere il capitolo Pasolini. Un grandissimo direttore, Piero Ottone, mi ha insegnato che ai lettori deve essere lasciata sempre l’ultima parola, e quindi non ho risposto a tutte le osservazioni, spesso ingiuriose, che hanno accompagnato gli articoli dei due ultimi quindicinali. Ho piacere però di registrare che nell’ambiente di pagina 99, prossimo al Manifesto, è apparso un testo Sette buoni motivi per dimenticare Pasolini, di Francesco Longo, che non soggiace al conformismo dilagante espresso anche dai commenti a me, anzi allarga il discorso critico a tutta l’opera e l’ideologia reazionaria di Pasolini.

Io mi ero ripromesso un obiettivo molto più limitato, fare un po’ di luce sul personaggio e spezzare una lancia contro la mitizzazione a cui si abbandona spesso la “sinistra antidiluviana”. Mi ha fatto piacere che un lettore sia stato spinto ad approfondire l’argomento. Ne ricava solo la conferma di quanto scritto, però continua a contestare una mancata contestualizzazione. Critica ingiustificata visto che abbiamo lasciato la parola allo stesso protagonista. Sui giudizi da trarne ognuno la pensi come vuole. Se si giudica che mandare in carcere un amico denunciandolo in tempo di guerra d’essere antifascista sia un fatto non grave, buon per lui. Un’ultima battuta. C’è chi mi prende in giro prevedendo che avrei fantasticato un Pasolini, oltre che pedofilo e delatore, anche “esploratore”. Una bella gaffe involontaria, perché effettivamente PPP non certo esploratore ma “turista sessuale” lo fu. Leggere Odore dell’India, autore Pasolini.

Di Enzo Marzo

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