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Cosa ci dice la scelta di Don Lanfranco Casali di diventare diamante blu dopo la morte

Il sacerdote marchigiano, morto a 93 anni, aveva affidato a un video-testamento una volontà precisa. Abbiamo cominciato a trasformare la materia del corpo in linguaggio
Cosa ci dice la scelta di Don Lanfranco Casali di diventare diamante blu dopo la morte
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Don Lanfranco Casali, sacerdote marchigiano morto a 93 anni, aveva affidato a un video-testamento una volontà precisa: essere cremato e vedere trasformate le proprie ceneri in un diamante blu, da collocare in un luogo sacro. Per continuare, aveva spiegato, a “riflettere la luce di Dio”.

Il desiderio è stato realizzato in Svizzera da Algordanza, azienda specializzata nella creazione dei cosiddetti Diamanti della Memoria. Il carbonio estratto dalle ceneri viene purificato, trasformato in grafite e sottoposto a pressioni e temperature elevatissime, fino a diventare una pietra autentica, le cui sfumature blu dipendono dal boro presente nel corpo umano. La vicenda è stata raccontata dall’Ansa.

Di fronte a una scelta simile, la reazione più immediata è spesso quella di stabilire se sia giusta oppure sbagliata, rispettosa oppure eccessiva. Ma il compito di una death educator non è distribuire approvazioni. È provare a comprendere che cosa una scelta racconti del tempo in cui viviamo. Per secoli abbiamo affidato i morti a luoghi riconoscibili: una tomba, una cappella, un cimitero. Sapevamo dove trovarli e, andando a visitarli, accettavamo anche la distanza che la morte aveva introdotto. Oggi quella geografia sta cambiando. Le ceneri possono essere disperse, custodite in casa, trasformate. Il morto non è più necessariamente “là”, in uno spazio separato dalla vita quotidiana. Può diventare qualcosa da tenere vicino, da portare con sé, persino da tramandare.

Il diamante non parla soltanto del desiderio di rendere eterno ciò che è destinato a scomparire. Dice qualcosa di più sottile: abbiamo cominciato a trasformare la materia del corpo in linguaggio. Non conserviamo semplicemente un resto, gli chiediamo di raccontare ancora chi siamo stati, ciò in cui abbiamo creduto, il modo in cui desideriamo essere ricordati.

In questo senso, la decisione di don Casali non sembra una fuga dalla morte. Al contrario, nasce dall’averla pensata in anticipo e dall’averle dato una forma coerente con la propria biografia spirituale. Quel diamante non vuole sostituire la persona né negarne la fine. È la conclusione materiale di una metafora che ha attraversato la sua vita: ricevere una luce e rifletterla.

Stiamo entrando in un’epoca nella quale anche il destino del corpo diventa parte del racconto individuale. Non ereditiamo più soltanto rituali: sempre più spesso li scegliamo, li modifichiamo, ne inventiamo di nuovi. È un cambiamento che può disorientare, perché mette in discussione ciò che consideravamo immutabile. Ma i riti funebri non sono mai stati immobili: si trasformano insieme al nostro modo di concepire il corpo, custodire la memoria, vivere i legami, esprimere la devozione e riconoscere le nostre appartenenze. Forse la domanda più interessante, allora, non è se sia opportuno diventare un diamante. È un’altra; quale forma desideriamo dare alla relazione quando il corpo della persona amata non c’è più?

Perché ogni epoca costruisce i propri modi di restare e la nostra, mentre sembra voler cancellare la morte, sta forse cercando nuove parole – e nuove materie – per continuare a parlarle.

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