Una cosa in comune io e Marco Mengoni ce l’abbiamo, crediamo negli esseri umani. Non è poco, per cominciare. Oggi come oggi anche solo credere in se stessi sembra impresa epica, degna di essere fermata in romanzi orali da tramandare alle generazioni future, figuriamoci credere negli altri. Crede negli esseri umani Marco Mengoni, e ci credo anche io. A parte questo, temo, altre cose in comune non dovremmo averne, a parte dettagli prescindibili come la nazionalità, il sesso e la barba. Ah, no, scusate, entrambi adoriamo Sia, ma questo credo ci accomuni al resto del genere umano, e entrambi abbiamo ricevuto in regalo una canzone inedita di Giuliano Sangiorgi. No, scherzo, a me il frontman dei Negramaro, almeno fino a oggi, non ha ancora mandato nulla, magari non conosce il mio indirizzo mail, chissà.

Vendendo però al vero oggetto di questo articolo, l’uscita del nuovo lavoro discografico del cantante di Ronciglione, Le cose che non ho, seguito di Parole in circolo, uscito solo dodici mesi fa, credo che l’ascolto abbia evidenziato più di ogni ragionevole dubbio che io e Mengoni non abbiamo nulla in comune, almeno a livello di gusti musicali. Le undici tracce che compongono quello che, scegliendo decisamente parole sbagliate, era stata definita anzitempo una “playlist in divenire”, non girano, o continuano a girare sempre dalle stesse parti, parti che oggi uno storytelling perfettamente costruito vorrebbe essere il vertice dell’attuale produzione d’autore, ma che in un tempo lontano e giusto, sarebbe stata trattata per quel che è, musica leggera e di superficie. Non girano, no. O meglio, girano, ma girano esattamente come se fossero le canzoni atte a chiudere una “playlist in divenire”, buone da essere acoltate con lo smartphone.

Le parole, in circolo o meno, sono importanti. Quando le si spende, gratis o meno che sia, tocca poi farci i conti. Credo negli esseri umani e playlist in divenire, mi spiace, ma non possono andare d’accordo. Credere negli esseri umani e finire per essere un prodotto di marketing, campione dei social, personaggio di un romanzo collettivo ideato da chi crede meno negli esseri umani e più nella spinta salvifica della comunicazione coatta, mi spiace, ma no, non va bene. Non vanno d’accordo. Come non può andare d’accordo l’idea di mettere sullo stesso piano cantautorato e pop mainstream, solo spolverato d’autorialità.

Faccio per dire, chi avrebbe mai preso sul serio Riccardo Fogli che cantava Storie di tutti i giorni? Nessuno. Figuriamoci, non prendevano sul serio Gianni Togni o Edoardo De Crescenzo, perché avrebbero dovuto prendere sul serio uno il cui picco creativo era l’essere il compagno di Viola Valentino? Lo si accettava come cantante pop, ma tale era e tale rimaneva, senza dargli aure o aureole. Così dovrebbe essere per Marco Mengoni. Uno la cui carriera era praticamente finita, per mancanza di identità, finché non gli è capitato un brano in grado di rimettere in circolo la sua carriera, L’essenziale. Da quel momento, la sua casa discografica, la Sony, il suo management, la Live Nation, hanno deciso che Mengoni, se rimesso a lucido, poteva funzionare, e Mengoni ha cominciato a funzionare. Rendiamo onore alla professionalità di quelle strutture e di chi ci lavora.

La formula? Semplice. Dagli con un po’ di eleganza. Dagli con quello sguardo un po’ triste un po’ piacione che attira un pubblico di cultrici puramente teoriche, milf evidentemente stanche di correre sempre dietro solo a Biagio Antonacci. Dagli con una campagna di guerrilla marketing, con la nascita e la diffusione di uno dei fanclub più attivi sui social (credete che i fanclub nascano per propria volontà? Occhio alle scie chimiche e ai rettiliani, allora), un vero Esercito. Insomma, dagli con l’operazione Marco Mengoni. E poi, dagli col passaggio all’Eurovision, in cui Armani era il marchio che veniva contrapposto a Conchita Wurst, alle tettone delle ballerine polacche e a tutta la caciara degli altri concorrenti. E via con questa aria da intellettuale malinconico, uno umile, che guarda sempre con la coda degli occhi, salvo poi aprire bocca e far rimpiangere Riccardo Fogli. Ora, poi, ecco il nuovo attesissimo album, quello capace di fare cassa, subito, mandando a casa tutte le altre uscite delle ultime settimane, dalla Pausini a Emma, passando per i Modà. Chiaro, c’è Adele, ma un secondo posto è già una ambizione per uno che dice di avere come solo difetto quello di puntare sempre più in alto, alla faccia della modestia.

Ma le canzoni?
Ecco, le canzoni.
Le cose che non ho ci è stato presentato come l’ennesimo passo avanti in una carriera senza eguali, ultimamente. In realtà, l’impressione, ascoltando le nuove canzoni di Marco Mengoni, come quelle del precedente lavoro, è che su di lui si stia facendo un lavoro egregio, ma che sia un lavoro di cui sta beneficiando un artista non in grado di supportate col talento una tale macchina da guerra. Uno dice, ma almeno c’è la voce. La voce c’è, è vero, ma non può certo essere quello a giustificare l’entusiasmo che sembra accompagnare questo artista che, ripeto, un tempo sarebbe stato sbolognato velocemente come il nuovo Riccardo Fogli. Stavolta, dopo essere partito con l’ormai solito cliché Fortunato Zampaglione/Canova/ballad cupa, col primo singolo, Marco abbandona i lidi lenti, salvo rare eccezioni, e facendosi affiancare anche da altri artisti, come gli ormai classici Ermal Meta e Dario Faini, compresa la già citata Sia, qui venduta come una sorta di conquista. Sia è senza dubbio la più grande autrice pop in circolazione, in questi anni dieci. Unica. Ma come tutte le autrici se la paghi bene ti da un brano, specie se sei della sua stessa etichetta discografica. A sentire Rock bottom, unico brano in inglese, perché Sia è intraducibile, sia per impossibilità di scrittura che, si suppone, per contratto, l’impressione è che la cantautrice australiana abbia tirato fuori un bel brano, che spicca nel mazzo, ma solo perché il mazzo è il disco di Mengoni, perché fosse finito in un album di Rihanna o della stessa Sia, probabilmente Rock bottom sarebbe stata una B-Side.

Discorso diverso per Giuliano Sangiorgi, qui rivenduto come uno dei più grandi autori in circolazione, nonché presente anche in viva voce. Ora, a parte che essere autore di un brano anche per la Pausini e per Emma, visti i risultati dei rispettivi album, non sembra proprio la migliore credenziale, al momento, ma la domanda è: quale sarebbero le hit sfornate da Sangiorgi negli ultimi anni? Perché, prolificità a parte, l’impressione, forte, è che il leader dei Negramaro non ne stia azzeccando una da tempo, da troppo tempo. Così è sicuramente stavolta. Brano irrilevante. Le due voci, insieme, stanno anche bene, ma con una canzone canzone avrebbero sicuramente fatto meglio.

L’insieme delle canzoni sembra poca cosa. Roba destinata a non passare. Come fosse il negativo, o positivo, di Parole in circolo, precedente album, Le cose che non ho vede l’elettronica primeggiare sulla parte acustica, lenta. Unico vero trait d’union il lavoro, quello notevole davvero, fatto sul canto. Non possiamo spendere la parola rock, ma sicuramente si va decisamente con un passo veloce, stavolta. C’è questa aura di eleganza, ma non è che basta farsi la riga da una parte per suonare elegante. C’è questa aura di modernità, dovuta si suppone a Canova, ma anche lì, non è che fare suoni che sei mesi fa erano contemporanei altrove significhi essere contemporanei: significa, semmai, arrivare con sei mesi di ritardo. Le cose che non so è un album che funzionerà, ma funzionerà solo perché chi di dovere ci crede, e chi è atto a passare le veline racconta che ci si deve credere. Quotidianisti, Fabio Fazio, X Factor, tutti lì a battere le mani, qualcosa vorrà pur dire.

Parole in circolo diventerà la nuova Esseri umani, esattamente come Ti ho voluto bene veramente ambisce a diventare la nuova Guerriero. Marco Mengoni ha come difetto di puntare sempre più in alto, e probabilmente ci arriverà. Avesse come difetto di formarsi una personalità, per dire, o una poetica, magari, noi ascoltatori ce ne avvantaggeremmo di più, ma mica si può pretendere troppo.

Le possibilità sono due, o punti agli occhi o al cuore, per ora si è scelto gli occhi, puntati su uno smartphone, e lo smartphone, opinione personale, non è esattamente l’esternazione più viva dell’essere umani. Perché sì, Marco Mengoni crede negli esseri umani. Io credo negli esseri umani. La sua etichetta discografica crede in Marco Mengoni. Io non credo in Marco Mengoni.
Io credo nel suo social media manager e nel suo A&R.
Decidete un po’ voi a chi credere.