Il movimento Divestment cresce costantemente ed alimenta la speranza per una finanza climate friendly. Ad oggi più di 500 istituzioni rappresentanti oltre 3.400 miliardi di dollari di asset hanno espresso il proprio impegno a disinvestire dalle fonti fossili: numeri impensabili fino a solo un anno fa.

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Azione pro divestment alla COP21 (Foto di: Riccardo Rossella)

 

Il movimento “Divestment” fa sentire con forza la sua voce all’interno della Cop21 di Parigi. In seguito ad un’azione dimostrativa svoltasi all’interno degli spazi che ospitano la conferenza, in un affollato evento organizzato da 350.org nella giornata di mercoledì 2 dicembre esponenti illustri di società civile, istituzioni e settore privato hanno sottolineato a gran voce la crescita esponenziale e la credibilità del movimento “Divestment”, nato nel 2009 nei campus degli Stati Uniti e sbarcato poche settimane fa anche in Italia. Il suo fondatore, il professore Bill McKibben, ha evidenziato come si siano fatti enormi passi avanti rispetto a tre anni fa, quando quasi nessuno ascoltava i giovani studenti americani che chiedevano un futuro libero da fonti fossili. Anche Pascal Canfin, ex-Ministro francese per lo sviluppo, ha sottolineato come nel Parlamento Europeo solo 2 anni fa ipotizzare la fine di un’era dominata dalle fonti fossili fosse un’ipotesi fantascientifica.

Nonostante le difficoltà iniziali, il movimento “Divestment” è cresciuto ad una velocità impressionante. Alcune cifre significative rendono l’idea della forza dirompente di questa campagna: se nel Settembre 2014 il numero di istituzioni impegnate a disinvestire dalle fonti fossili erano 181 e rappresentavano un totale di 50 miliardi di dollari di ben patrimoniali, i nuovi dati comunicati nella giornata di mercoledì rivelano che attualmente oltre 500 istituzioni rappresentanti più di 3.400 miliardi di dollari hanno espresso impegni di disinvestimento. In vista della Conferenza sul clima attualmente in corso, le promesse di eliminare gli investimenti nelle fonti fossili si sono rapidamente moltiplicate.

“Il movimento è trasversale, include città, chiese, università, fondi di investimento. Solo pochi minuti fa un’altra città francese si è impegnata a disinvestire” ha affermato May Boeve (direttore esecutivo di 350.org) nel suo intervento. Oltre a 20 città transalpine (tra cui Parigi e Lione), il movimento ha visto la recente adesione di molti altri comuni europei, università (tra cui la prestigiosa London School of Economics) e compagnie private del calibro di Allianz.

D’altra parte, la spinta a disinvestire dalle fonti fossili non viene esclusivamente dal mondo delle Ong: recentemente, anche la Banca di Inghilterra ha affermato come i rischi finanziari legati agli investimenti nelle fossili siano oggi significativi. Messaggi di questo tipo confermano come il disinvestimento non abbia semplicemente un fondamento etico e morale, ma risulti un’opzione sensata anche dal punto di vista economico.

Un caso emblematico a conferma di questa ipotesi è quello della Rockefeller Brothers Fund, fondazione legata ad una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti che ha costruito il proprio impero finanziario sui proventi legati al settore petrolifero. Negli ultimi due anni, tuttavia, la fondazione ha intrapreso decise azioni di disinvestimento dalle fossili. “Nel 2014 – afferma il presidente Stephen Heintz – abbiamo annunciato la nostra decisione, presa su basi sia etiche, in quanto i combustibili fossili non sono compatibili con la nostra missione filantropica, che finanziarie. A distanza di un anno, dopo aver gradualmente disinvestito il 50% dei fondi fossili, non notiamo alcuna conseguenza economica negativa. Vogliamo essere fonte di ispirazione per altre fondazioni ed imprese storicamente legate alle fonti fossili.” Heintz sostiene che investire nelle fossili è oggi semplicemente insensato da qualsiasi punto di vista. “I vincitori sono invece le rinnovabili, l’efficienza energetica. Tutti i governi, le istituzioni, i cittadini sono corresponsabili nella sfida di preservare il pianeta per le future generazioni, e il movimento del Divestment sta svolgendo un ruolo significativo: non è piccolo, non è simbolico, sta davvero lanciando segnali importanti al mercato”.

In Italia il lancio della campagna #DivestItaly è avvenuto il 18 novembre scorso nel luogo simbolo della finanza italiana: davanti alla Borsa di Milano, con un flashmob con ombrelli protagonisti, per ricordare alluvioni e precipitazioni e il dissesto idrogeologico del nostro Paese come conseguenza del clima che cambia. E la prima adesione è già arrivata, da parte dei Missionari Comboniani. Ma è solo l’inizio: a promuovere la campagna Divestment in Italia sono un nutrito gruppo di organizzazioni, tra cui Italian Climate Network, Viracao, The Climate Reality Project, Fima, E’ Nostra, Kyoto Club, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Retenergie, Comitato SpeziaViaDalCarbone, EKOenergy, Cittadini per l’Aria, Legambiente. Le aspettative sono di nuove vittorie e annunci di disinvestimento nei prossimi mesi.

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Lancio della Campagna #DivestItaly davanti alla Borsa di Milano

Un altro eminente esempio viene dalla California, il cui governo ha deciso di disinvestire i principali fondi statali dal carbone. Un entusiasta presidente pro tempore del Senato, Kevin de Leon, ha ringraziato profondamente la società civile e gli studenti per aver influenzato e motivato i decisori politici. “Il carbone è semplicemente un investimento rischioso. La California, che ha il settimo Pil più alto al mondo, sta dimostrando che si può garantire crescita economica e benessere senza dipendere dalle fonti fossili: questo significa che è possibile fare lo stesso in ogni parte del mondo.”

Altro intervento di rilievo è stato quello di Jeremy Leggett, presidente della Carbon Tracker Initiative, think tank che si occupa di fornire una base analitica al movimento attraverso studi sui rischi e le implicazioni degli investimenti in azioni di aziende legate ai combustibili fossili. Legget ha sottolineato come disinvestire non implichi necessariamente affossare tali aziende, ma piuttosto obbligarle a trasformarsi e a ripensare le proprie business strategies in chiave green.

Naturalmente, molto dei futuri impegni in chiave di protezione del clima dipenderà dagli esiti della Cop21. A tale proposito, McKibben si dice fiducioso che la Conferenza produrrà un risultato concreto, ma che con ogni probabilità questo non sarà sufficiente ad arginare gli impatti del surriscaldamento globale. D’altro canto, ogni giorno una nuova istituzione aderisce al movimento per il disinvestimento, rafforzando la sua forza propositiva. La questione che rimane aperta è dunque se il messaggio di urgenza nell’intraprendere azioni concrete e allo stesso tempo di ottimismo proveniente da società civile e mondo finanziario sarà in grado di influenzare il risultato della Cop21.

Daniele Viganò e Riccardo Rossella