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Per spiegare che cos’è il Cop21 bisogna partire dal Summit della Terra tenutosi a Rio nel 1992, prima conferenza mondiale dei Capi di stato sull’ambiente: uno degli effetti del summit è stato il United Nation Framework on Climate Change, un insieme di obiettivi volti al tentativo di stabilizzare i livelli di emissioni di gas serra. Lo scopo delle Conference of Parties (COP, appunto) è quello di ri-affrontare l’argomento, coordinare l’azione comune, monitorare i progressi e, se necessario, aggiustare il tiro. Tra i Cop che si sono succeduti vale la pena di ricordare quello di Kyoto (1997), che ha portato all’omonimo protocollo, il fallimentare Cop di Copenhagen (2009, fughe di notizie, scivolate diplomatiche etc.) e quello tenutosi a Doha nel 2012, che ha esteso la durata del Protocollo di Kyoto al 2020.

E arriviamo al Cop21 a Parigi. Finora se n’è parlato più per i rischi di attentato che per quello che dovrebbe succedervi, ma ci sarebbero molte riflessioni da fare su quello che vorrebbe essere l’obiettivo principale: la sigla di un primo e decisivo accordo mondiale sul clima. Decisivo in questo caso significa vincolante: l’intenzione è di portare tutte le nazioni a sottoscrivere impegni rispetto ai quali render conto negli anni. Vi prendono parte 195 paesi, molti dei quali hanno posizioni contrastanti sul clima. Le aspettative sono altissime: ci si augura che i governi decidano di farsi carico per quanto gli concerne della situazione: è innegabile che finora il grosso dell’impegno sia ricaduto – volontariamente o meno – sul settore privato.

I fattori che potrebbero mandare all’aria un accordo efficacie sono molti: Cina e Usa non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, i grandi produttori di petrolio (Arabia Saudita e Iran in primis) non sembrano troppo interessati a collaborare, pare che i 100 miliardi che si prevede di stanziare non sarebbero sufficienti e nell’ultima bozza sono spariti i riferimenti alle emissioni di mezzi aerei e marittimi.

In vista dell’evento un paio di osservatori internazionali hanno pubblicato ricerche che indagano sulle performance del settore aziendale (Carbon Disclosure Project) e su come viene percepita la gestione del tema clima da parte degli esperti mondiali (GlobeScope e SustainAbility). Insieme aiutano a capire quale sarà la situazione all’apertura del Cop21.

I documenti dimostrano come il settore privato abbia fatto e continui a fare molto nel taglio delle emissioni. Ovviamente la competenza dell’azienda termina col perimetro delle sue attività: nonostante sia quasi automatico che le compagnie estendano le loro politiche a tutta la filiera, rimangono molte aree d’intervento di pertinenza esclusiva dei governi. Governi che spesso non possono sostenere politicamente, economicamente o tecnologicamente l’evoluzione in corso, e rischiano di affossare i risultati raggiunti.

Il 2015 Climate Change Survey ha coinvolto 600 esperti di sostenibilità per ritrarre la situazione e valutare l’impegno dei vari partecipanti al Cop21. Sono stati intervistati membri di governi e di organizzazioni non profit, figure del mondo accademico, di quello aziendale e dei media.

Il dato più interessante è che il 92% degli intervistati si aspetta un accordo, ma di questi solo il 60% crede che sarà vincolante tra le parti, e quindi avrà un effetto tangibile. C’è scetticismo sull’impegno dei governi, mentre aziende e istituzioni scientifiche ricevono un giudizio positivo per gli sforzi fatti nell’ultimo anno.

Le cinque aziende che stanno ottenendo i migliori risultati nella riduzione delle emissioni, secondo gli esperti, risultano essere Ikea, Unilever, Google, Ge e Tesla. I principali motivi addotti sono l’utilizzo di energie rinnovabili e l’introduzione o l’investimento in innovazioni tecnologiche.

Gli esperti concordano sull’importanza che la diplomazia e il coordinamento internazionale potrebbero avere nel raggiungimento degli obiettivi di Kyoto, ma allo stesso tempo guardano agli investimenti economici come allo strumento in assoluto più efficace. A questo riguardo, più dell’80% degli intervistati indica l’eliminazione dei sussidi sui combustibili fossili e l’introduzione di tasse sui gas serra come incentivi che potrebbero portare al cambiamento.

I risultati della ricerca confermano le previsioni più diffuse: il momento è delicato, il settore privato continua a fare grandi investimenti, gli investitori internazionali hanno assunto un punto di vista nuovo, dando una spinta importante al consolidamento delle politiche di sostenibilità ambientale e agli investimenti nel settore.

La speranza è che la dimostrazione dell’efficacia delle iniziative private, insieme ai decisi segnali del settore finanziario, spingano i governi a ratificare un impegno vincolante, e soprattutto ad investire pesantemente in strumenti efficaci a livello economico e legislativo.