Dopo i dati sul rallentamento della crescita del Pil, l’Istat attesta ora che lo scorso anno l’ottimismo degli italiani nei confronti del futuro è in crescita. E che la spesa per consumi, scesa dell’1,6% nel 2013, nel 2014 è salita dello 0,7% e continua a mostrare “segnali positivi”. Ma il fatto che la quota di persone convinte che nei cinque anni successivi vedranno migliorare la propria situazione sia salita al 27%, dal 24% del 2013 si scontra con alcuni dati. Elencati nel dettaglio nel rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) presentato mercoledì dall’istituto di statistica. Per prima cosa, la disuguaglianza tra ricchi e poveri continua ad aumentare. Poi, la quota di individui che vivono in famiglie “a molto bassa intensità lavorativa” è in continuo progresso dal 2010 e “il trend in crescita ha riguardato soprattutto le fasce più giovani (fino a 30 anni), mentre un certo miglioramento interessa gli ultracinquantenni”. E allora non stupisce se l’indice di soddisfazione degli italiani per la propria vita, dopo il crollo nel 2012 quando è sceso da 100 a 89,1, rimane inchiodato a quel livello e non accenna a risalire.

Il leggero aumento del reddito totale disponibile tra il 2012 e il 2014 e la sostanziale stabilità di quello pro capite si sono accompagnati a un ulteriore aumento della disuguaglianza nella sua distribuzione: il rapporto tra il reddito posseduto dal 20% della popolazione con gli introiti maggiori e il 20% con quelli inferiori, già passato dal 5,1 del 2008 al 5,6 del 2012, nel 2013 e nel 2014 si è attestato al 5,8. Vale a dire che il 20% più fortunato riceve un ammontare di reddito di 5,8 volte superiore a quello del 20% più povero. Il Mezzogiorno, oltre ad avere un reddito medio disponibile pro capite decisamente più basso del Nord e del Centro, è anche l’area con la più accentuata disuguaglianza reddituale: il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6,7 volte quello posseduto dal 20% con i redditi più bassi mentre nel Nord il rapporto è di 4,6.

Sono in lieve miglioramento, come visto, gli indicatori di natura soggettiva: la percentuale di persone in famiglie che arrivano a fine mese con grande difficoltà torna a scendere (17,9%) dopo aver raggiunto il valore massimo del decennio proprio nel 2013 (18,8%). Sempre meno nuclei riferiscono poi di mettere in atto strategie per il contenimento della spesa, mentre sale la quota di quelli che tornano a definire “adeguate” le proprie risorse economiche, si legge nel Rapporto.

L’11,6% delle persone vive in famiglie “in stato di grave deprivazione” – Il rischio di povertà e soprattutto la povertà assoluta hanno smesso di aumentare: l’indicatore di quest’ultima, che era salita dal 4,4% del 2011 al 7,3% nel 2013, è ridisceso al 6,8% nel 2014. Le famiglie in stato di grave deprivazione – che, secondo la metodologia Eurostat, si presenta quando si manifestano quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove – diminuiscono per il secondo anno consecutivo, ma la quota di persone che ci vive resta pur sempre all’11,6% (l’anno prima era del 12,3%). La diminuzione è dovuta alla percentuale di persone in famiglie che dichiarano di non poter sostenere spese impreviste, di non potersi permettere un pasto proteico adeguato ogni due giorni, una settimana di vacanze lontano da casa o di riscaldare adeguatamente l’abitazione.

La grave deprivazione si riduce soprattutto tra chi vive in famiglie composte da due o tre componenti, in particolare coppie senza figli o con un figlio, e tra le famiglie con anziani che vivono soli o in coppia. Continua a essere particolarmente grave la condizione dei genitori soli, delle famiglie con almeno tre minori o di altra tipologia (con membri aggregati), famiglie, queste ultime, che tra il 2013 e il 2014 hanno mostrato un ulteriore deterioramento della loro condizione. La situazione peggiora anche tra chi vive in famiglie con un solo occupato part-time e rimane più difficile per chi vive con componenti in cerca di occupazione.

Al Sud speranza di vita più bassa – L’Italia ha un livello di speranza di vita tra i più elevati in Europa: è al primo posto con 80,3 anni per gli uomini e al terzo per le donne con 85,2. Ma anche su questo fronte sono in crescita le differenze territoriali, con il Mezzogiorno che vede aumentare, anche per effetto della crisi, il proprio svantaggio nella speranza di vita: la media per uomini e donne è di 81,5 anni per il Mezzogiorno contro gli 82,5 anni del Nord. Non solo: chi abita al Sud può sperare di vivere “in buona salute” solo 55,4 anni contro i 60 di chi sta al Nord.

Aumenta la mortalità per demenza e malattie dei grandi anziani – Migliorano, rispetto al 2005, le condizioni di salute fisica, e prosegue la riduzione di fumatori e di consumatori di alcol a rischio. Peggiora però il benessere psicologico. Si conferma il trend crescente della mortalità per demenze e delle malattie del sistema nervoso tra gli anziani (27,3 decessi per 10mila abitanti), soprattutto tra i grandi anziani. Il carico assistenziale che queste patologie comportano sulle famiglie e sui servizi socio-sanitari si riflette negativamente sulla qualità della vita, non solo dei malati ma anche dei familiari.