La Germania invierà i Tornado contro lo Stato islamico. La decisione presa da Angela Merkel è stata riferita dalla Dpa, la principale agenzia di stampa tedesca. Proprio ieri, 25 novembre, la cancelliera aveva incontrato il presidente della Repubblica francese François Hollande: quest’ultimo aveva chiesto maggiore impegno militare e Berlino aveva promesso un sostegno in Mali. La decisione di inviare i Tornado è stata presa presa durante l’incontro fra la cancelliera e i ministri. Al vertice tenuto a Berlino hanno partecipato fra gli altri il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier e la ministra della Difesa Ursula von der Leyen: “Senza un confronto militare con l’Isis non usciremo dalla situazione in Siria”, ha detto Steimeier – non abbiamo solo un sentimento di compartecipazione, siamo solidali”.

“Non possiamo stare a guardare mentre l’Isis si rafforza”, ha detto la Merkel, parlando ad una riunione del gruppo parlamentare dell’Unione, secondo quanto riferito da un partecipante. La cancelliera ha definito “necessario” l’intervento militare tedesco contro Isis.

“Non rinforzeremo solo la missione di addestramento nel nord dell’Iraq – ha spiegato Henning Otte, parlamentare Cdu e membro della Commissione Difesa del Bundestag – ma invieremo i nostri Tornado di ricognizione in Siria per la guerra contro l’Isis”. Secondo l’agenzia Dpa, Berlino metterà a disposizione della coalizione anche una nave da guerra ed almeno un aereo da rifornimento. La decisione comunque deve passare da un voto del Bundestag.

Nonostante gli intenti comuni, i due leader hanno evitato di guardarsi durante il loro breve scambio televisivo, sottolineando il rapporto ancora teso tra la Russia e l’Occidente a causa della crisi in Ucraina e delle differenze sulla politica in Medioriente. Sia la Russia sia la Francia hanno intensificato la loro campagna di bombardamenti aerei in Siria ma hanno obiettivi diversi. Mosca sta prendendo di mira una vasta gamma di forze ribelli – includendo tra gli altri anche lo Stato islamico – essendo alleato del presidente siriano Bashar al-Assad. Parigi e la coalizione guidata dagli Usa stanno concentrando i loro raid solo contro l’Isis e chiedono a gran voce che Assad si dimetta e non partecipi al processo politico verso la pace.

Putin a Hollande: “Russia pronta a collaborare con la Francia”
Hollande ha incassato anche l’impegno della Russia: Mosca è pronta a cooperare con la Francia, ha detto Vladimir Putin ricevendo il presidente francese al Cremlino. Il numero uno della Federazione russa ha plaudito alla “grande attenzione” e agli “sforzi” del presidente francese “per creare una larga coalizione anti-terrorismo” che è “assolutamente necessaria: in questo senso le nostre posizioni coincidono”, ha detto Putin.

“Ora è il momento di assumersi la responsabilità per quanto sta accadendo – aveva detto Hollande in un discorso televisivo all’inizio dei colloqui – il nostro nemico è Daesh, lo Stato islamico, che ha un territorio, un esercito e risorse. Per questo le potenze mondiali devono creare una grande coalizione per colpire questi terroristi” in Siria e in Iraq. “Sono a Mosca con voi – ha sottolineato il capo dell’Eliseo – per vedere come possiamo agire insieme e coordinarci in modo da poter colpire questo gruppo terroristico, ma anche per raggiungere una soluzione politica per la pace”.

Raid in Siria, Cameron spinge sull’acceleratore. Corbyn frena
In giornata il premier britannico David Cameron è tornato alla carica per ottenere dalla Camera dei Comuni il via libera all’allargamento dei raid “anti-Isis” della Raf dall’Iraq alla Siria. Cameron punta a convincere il fronte degli indecisi, che finora gli ha impedito di affrontare un nuovo voto dopo la cocente bocciatura del 2013, quando il governo voleva bombardare le forze di Assad. Parlando prima in commissione Esteri, che ancora nei giorni scorsi ha frenato, il premier ha insistito che il Paese non può “subappaltare la sua sicurezza”. “Dobbiamo colpire questi terroristi ora” ha detto Cameron ai Comuni. Per il premier britannico si tratta di “interesse nazionale”, oltre che schierarsi “con la Francia” dopo i fatti di Parigi. Cameron nega peraltro che i raid possano fare della Gran Bretagna “un bersaglio più grande”. Cameron ha riconosciuto che la “la chiave in Siria è una soluzione politica”, insistendo che dal punto di vista di Londra questa soluzione deve prevedere che il presidente Bashar al-Assad “se ne vada”.

Ma ha anche ripetuto che “non si può attendere che questo accada prima di assumere un’azione militare” su quella che ha chiamato “la roccaforte” dell’Isis (la Siria). Rispondendo alle dettagliate obiezioni dell’opposizione è comunque tornato a escludere un qualsiasi coinvolgimento di forze di terra britanniche in Siria. Dubbi sull’efficacia di una partecipazione britannica ai raid sono stati avanzati da Jeremy Corbyn, leader dell’opposizione laburista. Corbyn ha messo in guardia dalle “conseguenze impreviste” anche “alla luce dei risultati di altri interventi militari occidentali in anni recenti”. Ha quindi notato che sul terreno mancano forze credibili e affidabili alleate della Gran Bretagna e si è chiesto se i bombardamenti rafforzeranno davvero la sicurezza del Regno Unito di fronte alla minaccia terroristica. Domande “pertinenti”, ha ammesso Cameron, dicendo tuttavia di poter dare garanzie e in particolare dichiarandosi convinto che i raid “contribuiranno alla sicurezza” dei cittadini.

Media arabi: “50 militari Usa nel nord della Siria”
Nel frattempo, secondo un’emittente panaraba, 50 ufficiali militari americani sono arrivati nel nord della Siria, con la missione di aiutare i combattenti curdi che lottano contro i militanti dello Stato islamico. I militari sono entrati in Siria dalla frontiera con la Turchia di Murshid Binar. Alcuni di loro si sono diretti a Kobane, mentre altri sono andati verso la città di Qamishli. Per il momento non sono disponibili altri dettagli, ma l’invio sembra essere la messa in atto della promessa del presidente americano Barack Obama di inviare alcune decine di soldati delle forze speciali in Siria per la prima missione a tempo indeterminato di Washington nel Paese. La Casa Bianca aveva precisato che la missione non prevede la partecipazione attiva a combattimenti.