Si è arreso dopo aver lottato come aveva fatto in campo. Jonah Lomu è morto mercoledì mattina nella sua casa di Auckland. Una rara forma di sindrome nefrosica lo ha piegato definitivamente a 40 anni. Così la storia del rugby è diventato leggenda. È stato il volto più riconoscibile dell’ovale nella sua storia moderna, uno dei giocatori più forti a cavallo tra gli Anni Novanta e il nuovo millennio. Fisico incredibile – 196 centimetri per 118 chili – e scatto da centometrista, capace di percorrere la distanza regina in 10”8, Lomu era stato sottoposto nel 2004 a un trapianto, rigettato 7 anni dopo, e da allora viveva grazie alla dialisi. Aveva provato a trascorrere una vita normale nonostante tutto, accanto alla terza moglie Nadene e ai due figli di 6 e 5 anni. Era reduce da una vacanza a Dubai, dove si era fermato al ritorno dalla Coppa del Mondo di rugby in Inghilterra. Anche lì tra i più fotografati e ricercati da tifosi e televisioni con quel suo faccione simpatico ‘montato’ su un corpo da robot.

E invece la malattia stava per tendergli l’ultimo agguanto, quello che sperava arrivasse più in là possibile per se stesso e per i suoi bambini. “Vorrei vederli crescere. Ho perso mio padre quando ero molto giovane. Non so quando toccherà a me. Mi auguro che loro crescano in salute”, aveva confessato recentemente l’ala di origini tongane. Non li vedrà diventare maggiorenni come sperava. I media neozelandesi riportano che un calo di proteine nel sangue sarebbe stata la causa di un nuovo e questa volta insuperabile blocco renale. Così quel fisico inarrestabile quando correva in campo ha smesso di lottare e abbattere i duri ostacoli alzati dal male che si portava dentro.

Proprio lui, il più giovane esordiente nella storia della nazionale neozelandese in un test match, che era diventato l’idolo degli amanti del rugby per la facilità con la quale buttava giù gli avversari, capace di segnare 37 mete in 73 partite con la maglia degli All Blacks. Quindici nelle sole due edizioni della World Cup disputate: un record attaccato ma non superato da Brian Habana lo scorso mese. Iniziò a volare tra gli avversari, imprendibile come il vento, nel 1995 quando divenne un idolo per la sua nazione con quattro mete nella semifinale contro l’Inghilterra. Quattro anni dopo si trasformò in stella giocando una stratosferica Coppa del Mondo, tra azioni esaltanti e altre 8 corse chiuse con il boato festante della folle e la disperazione degli avversari.

Poi la malattia, il ritiro e numerosi tentativi di rientro in Europa. Prima nei Cardiff Blues, successivamente in patria nel North Harbour e di nuovo nel Vecchio Continente con la maglia del Vitrolles, squadra marsigliese di Terza Divisone. Tutti finiti dopo poco perché quel male annidato nei reni non ne voleva sapere di lasciarlo in pace. Superstar amata in tutto il mondo, ha rappresentato il volto nel rugby nel suo passaggio all’era moderna. E pur fiaccato dalla malattia, ha prestato il suo faccione a decine di prodotti in tv. Nessun rugbista è stato più popolare e temuto da Ellis Park a Twickenham. Ad appena 40 anni lo ha piegato un male raro, l’unico capace di fermare la sua corsa che ha fatto da spartiacque nella storia della palla ovale.