“Dal 2007 lei è stato vicepresidente e la seconda persona più importante della Iaaf e non ha fatto nulla per contrastare il doping (…) Le opzioni sono due: o lei ha dormito tutto questo tempo, o anche lei è corrotto”. Così Jon Snow, giornalista della tv britannica Channel Four, vincitore di innumerevoli premi e che già aveva zittito Tony Blair e molti altri potenti, distrugge quello che fino a pochi giorni fa era un mito dello sport inglese: l’ex medaglia d’oro olimpica e attuale presidente della Iaaf, il baronetto Sebastian Coe. In un mondo dove i media hanno incensato i vari Blatter e Platini fino a un secondo dopo la loro rovinosa caduta, c’è ancora chi come Snow combatte perché i personaggi attualmente al potere non se la cavino con frasi di circostanza come “da oggi cambierà tutto” e “lotta senza quartiere al doping, ma siano inchiodati alle loro responsabilità passate e presenti. E Lord Coe di responsabilità ne ha moltissime.

Atleta simbolo di una generazione, colto e educato, Coe vince la medaglia d’oro nel 1500 metri alle Olimpiadi di Mosca 1980 in una gara simbolo della Guerra Fredda. Agli stessi Giochi, dove per il boicottaggio non partecipano gli Stati Uniti, la Germania Ovest e una sessantina di altri paesi, vince anche l’argento negli 800 metri. La doppietta oro nei 1500 e argento negli 800 si ripete identica anche alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, dove a boicottare questa volta è il blocco sovietico. Chiusa la carriera sportiva, Coe diventa deputato conservatore e nel nuovo millennio è nominato baronetto dalla regina. Entra nella federazione mondiale di atletica (Iaaf) nel 2003, e nel 2007 è nominato vicepresidente dal caro leader Lamine Diack, che annuncia di averlo preso sotto la sua ala protettiva e di volergli insegnare tutti i segreti del mestiere. Non solo, se Diack lo nomina delfino, Coe lo scorso agosto, quando lo sostituisce alla presidenza della Iaaf, lo ringrazia per essere stato la sua “guida spirituale” e promette di “proseguire il suo cammino”.

Peccato che due mesi dopo Diack sia accusato dalla magistratura francese di corruzione passiva e riciclaggio aggravato per avere intascato tangenti dalla Russia per coprire le positività al doping, e che oggi il nome di Diack è sinonimo di un immenso giro di corruzione e tangenti che hanno tenuto in scacco l’atletica mondiale negli ultimi vent’anni: quando Coe era il suo braccio destro, quando Coe probabilmente dormiva. Per dirne una Habib Cissé, avvocato di Diack, anche lui indagato in Francia, pare che in questi anni andasse in giro con il famoso database con i cinquemila nomi sospetti a ricattare gli atleti. Ma l’erede designato Coe non ne sapeva nulla. Non solo, quando lo scorso anno il figlio di Diack fu accusato per tangenti per conto della Iaaf, Coe era voltato dall’altra parte. E quando poi si dimise improvvisamente il responsabile del centro antidoping della Iaaf Gabriel Dollé, Coe fu lesto a dire che era per motivi anagrafici e lo ringraziava: solo che ora Dollé è in custodia cautelare a Parigi accusato delle peggiori nefandezze.

Ma c’è di peggio. E il peggio è quando ad agosto la seconda parte dell’inchiesta della tv tedesca Ard sul doping parla del famoso database: grazie a una fonte interna della Iaaf ci sono i test antidoping effettuati su 5mila atleti tra il 2001 e il 2012, dai risultati sconcertanti: ameno 800 atleti, tra cui quasi 150 medaglie olimpiche, hanno valori anormali. Apriti cielo, Seb Coe invece di prendersela con il doping se la prende con la fonte, il problema non sono i risultati dei test ma che “i documenti sono stati ottenuti illegalmente, senza il consenso della federazione che si riserva di adire a vie legali”. Come nei casi di Assange e Snowden, il problema è il whistleblower e non quello che ha fatto scoprire. Siccome per fortuna l’inchiesta della Wada è solo all’inizio, ora si aprirà il capitolo delle Olimpiadi di Londra 2012, definite recentemente dal Sunday Times come “Giochi a doping libero”. Ovviamente, il presidente del comitato organizzatore di Londra 2012 era Lord Sebastian Coe. Ma forse stava dormendo.

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