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Mafia capitale. Maurizio Venafro, ex capo gabinetto di Zingaretti, rinviato a giudizio

L'ex braccio destro del presidente della Regione Lazio, che aveva rassegnato le dimissioni il 24 marzo scorso, andrà a processo con il giudizio immediato da lui stesso sollecitato insieme a Mario Monge, dirigente della cooperativa Sol.Co. La Procura contesta ai due la turbativa d’asta e la rivelazione di segreti d’ufficio legate all’assegnazione, nel 2014, dell’appalto del servizio Recup, il centro unico di prenotazione della sanità laziale
Mafia capitale. Maurizio Venafro, ex capo gabinetto di Zingaretti, rinviato a giudizio
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Maurizio Venafro andrà a processo. L’ex capo di gabinetto del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, che aveva rassegnato le dimissioni il 24 marzo scorso, è stato rinviato a giudizo insieme a Mario Monge, dirigente della cooperativa Sol.Co., nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale. Venafro è finito sotto processo con il giudizio immediato, rito da lui sollecitato.

Accogliendo la richiesta di giudizio immediato, il gup Giovanni Giorgianni ha fissato l’udienza il 17 febbraio. Per Monge il rinvio a giudizio è stato disposto con il rito ordinario. Il processo si svolgerà davanti ai giudici della Seconda sezione penale, che non è la stessa davanti alla quale si sta celebrando il maxiprocesso a Mafia Capitale.

La Procura contesta ai due indagati la turbativa d’asta e la rivelazione di segreti d’ufficio legate all’assegnazione, nel 2014, dell’appalto del servizio Recup, il centro unico di prenotazione della sanità laziale. In particolare, secondo i pm di piazzale Clodio, l’appalto sarebbe stato aggiudicato in un’ottica di spartizione tra cooperative vicine ad ambienti di destra e di sinistra. La gara fu poi sospesa su iniziativa di Zingaretti dopo gli sviluppi dell’inchiesta su Mafia Capitale. Nel rinviare a giudizio Venafro e Monge, il gup Giorgianni ha ammesso come parti civili la Regione Lazio, la cooperativa Capodarco e la Assoconsum.

Venafro compare anche in un’altra tranche dell’inchiesta della Procura di Roma. A chiamarlo in causa è Guido Magrini, direttore del dipartimento Politiche sociali finito ai domiciliari il 5 giugno. L’11 dicembre 2013 il dirigente della Pisana è in compagnia di Salvatore Buzzi, braccio operativo della cupola, che gli passa al telefono Daniele Ozzimo, assessore alla Casa del Comune di Roma finito agli arresti, cui spiega per filo e per segno tutto l’iter amministrativo avviato per favorire il sodalizio. In ballo c’è il Piano Straordinario Emergenza Casa: “Stamattina abbiamo chiuso con Maurizio Venafro e con De Filippis (Raniero, dirigente della Pisana, ndr) un po’ il pacchetto – racconta Magrini – loro stanno preparando per il 17 dicembre che è martedì, la prossima Giunta, una delibera quadro che riguarda l’accordo co’ Roma Comune sul tema generale della casa, i fondi alla cassa deposi… tutto quello di cui avete parlato, oh. Poi invece io vado in autonomia con una mia delibera…” che “porterebbe a Roma 7 milioni e 100/sette milioni e 2 più o meno”. Soldi su cui Buzzi era pronto a mettere le mani in cambio del salvataggio della coop Deposito Locomotive Roma San Lorenzo, cara al Campidoglio.

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