“Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea”. L’ultimo anelito di speranza di fronte all’invasione del pensiero neoliberista in Europa, Luciano Gallino, professore emerito di sociologia all’Università di Torino dal ’65 al 2002, morto a 88 anni nella sua casa nel capoluogo piemontese dopo una lunga malattia, lo aveva affidato alle pagine del suo “Il denaro, il debito e la doppia crisi”, appena uscito in libreria per Einaudi, rivolgendosi proprio alle generazioni che verranno.

Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica

Perché la funzione della trasmissione del sapere sociologico ed economico, fuori da ogni paludata e conformista materializzazione dello status quo, Gallino l’aveva messa al primo posto da tempo. Parlare, e scrivere, di temi complessi con chiarezza e senza finalità meramente partitiche, da casacche dell’uno o dell’altro “sinistrato” orticello politico italiano, era la stella polare del professore che in gioventù, da trentenne, quando ancora l’ateneo non aveva bussato per prospettargli una lunga e brillante carriera, aveva accettato di lavorare per Adriano Olivetti. A Ivrea nella fabbrica utopista dove l’ “ingegnere” tentò di unire in equilibrio solidarietà sociale e profitto, Gallino iniziò a collaborare all’Ufficio Studi Relazioni Sociali della Olivetti, unico esempio del genere all’interno di un’attività industriale di grandi proporzioni – e alcuni anni dopo dal ’60 al ’70 diventò direttore del Servizio di Ricerche sociologiche e di Studi sull’organizzazione, che faceva capo alla Direzione del Personale e dei Servizi sociali, di cui fu responsabile a lungo il poeta Paolo Volponi. Un reparto aziendale tutto teso alla difesa dei diritti dei lavoratori, che a proporlo oggi in una qualunque azienda del paese verrebbe segnalato come un covo di sovversivi.

Gallino sarà per due anni “fellow research scientist” a Stanford, in California, e infine ordinario di Sociologia nella Facoltà di scienze dalla formazione di Torino dal 1972. Il periodo in Olivetti, però, deve averlo segnato parecchio, tanto che poi nel 2014 con “L’impresa responsabile” (Einaudi) tornerà a sottolineare il valore di quell’esperimento democratico nel campo del lavoro, e farà il paio speculare, con l’altro suo libro “L’impresa irresponsabile” (Einaudi, 2005) dove il professore torinese sottolineò come fosse deleterio, per un’impresa, concentrarsi esclusivamente sulla creazione del plusvalore per gli azionisti, non tenendo nella dovuta considerazione la produzione di beni; e soprattutto come l’impresa dovesse avere, e avesse in qualche modo irrimediabilmente perduto, l’obbligo etico di rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, o all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività.

In “L’impresa irresponsabile” sottolineò come fosse deleterio concentrarsi esclusivamente sulla creazione del plusvalore per gli azionisti

Difficile e allo stesso tempo affascinante mettere ordine sull’immenso corpus di saggi pubblicati con un certo successo commerciale da Luciano Gallino. Sostanzialmente negli anni ottanta è tra i primi ad affrontare l’arrembante arrivo della tecnologizzazione sui processi industriali nel mondo del lavoro e suoi effetti sociali, soprattutto in Italia; poi dai primi anni duemila inizia ad indagare la famigerata “flessibilità” fino a quando nel 2006 pubblicando “Italia in frantumi” (Laterza) oltre a farci aprire gli occhi con dati e fatti precisi dovuti alle conseguenze delle liberalizzazioni di mercato e di interi settori di servizi pubblici ci invita ad usare le parole adeguate per i fenomeni sociali: flessibilità, modernizzazione dell’industria e della scuola, riforma di tasse e pensioni, globalizzazione, non significano altro che “precarietà”.

Gallino non si sottrae allo scontro dialettico, riprende in mano parecchi filoni sociologici legati al marxismo e le opere in campo economico di Karl Marx rinvigorendo una controtesi antiliberista strutturata su due punti chiave: il concetto di “classe sociale” esiste ancora come del resto l’altrettanto abusato concetto di “lotta di classe”, che Gallino descrive quasi al contrario rispetto alla direzione tradizionale nell’esposizione marxiana; ma soprattutto l’Europa e l’Unione Europea sono diventate rispettivamente terreno di manovra e manovratore per l’applicazione delle dottrine neoliberiste thatcheriane e reaganiane che annientarono pace sociale, sviluppo economico delle classi medie e basse, diritti dei lavoratori conquistati dagli anni ’50 fino agli anni ‘80.

Oggi le classi dominanti hanno cominciato loro a condurre una lotta di classe dall’alto

 

Ne “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (Laterza, 2012) Gallino scrive: “Oggi le classi dominanti si sono mobilitate e hanno cominciato loro a condurre una lotta di classe dall’alto per recuperare il terreno perduto”. E ancora: “Questa classe formata da imprenditori, manager, titolari di grandi patrimoni, banchieri, ancora vari decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale presentava dimensioni ridotte (..) Al presente questa classe ha acquisito ovunque un peso massiccio, sia come entità numerica che di capitale controllato (…) Nel sistema finanziario degli ultimi 40 anni si è affermata una forte novità: decine di trilioni di dollari, che per almeno l’80% rappresentano risparmi delle classi lavoratrici, vengono gestiti a loro totale discrezione dai dirigenti dei cosiddetti investitori istituzionali: fondi pensione, fondi comuni d’investimento, compagnie di assicurazione, enti affini. Sono quelli che ho chiamato “capitalisti per procura” che non possiedono a titolo personale grandissime ricchezze”.

Quando, infine, venne intervistato dalfattoquotidiano.it poco tempo fa spiegò nuovamente l’irresponsabilità etica soggiacente all’ideologia neoliberista che attraverso Bce e Fmi si è palesata con forza nel continente europeo a partire dagli anni ottanta: “Si è affermato il processo cosiddetto della “finanziarizzazione”, per cui interessi e paradigmi finanziari hanno avuto la meglio su qualsiasi altro aspetto socio-economico. Il percorso di liberalizzazioni avviato in Usa da Reagan è avvenuto anche in Gran Bretagna con la Thatcher, e in Francia ad opera nientemeno che di un socialista come Mitterand. Tutto ciò ha fatto sì che il sistema ‘ombra’ delle banche, non assoggettabile in pratica ad alcune forma di regolazione, oggi valga quanto il sistema bancario che lavora per così dire alla ‘luce del sole’. Sono stati compiuti eccessi non immaginabili in campo finanziario, che hanno fortemente danneggiato l’economia reale. Qualunque dirigente o imprenditore di fronte alla possibilità di fare il 15% di utile speculando a livello finanziario o il 5% producendo beni reali, ha cominciato a scegliere la prima opzione senza stare più a pensarci troppo”.

L’ultima intervista a ilfattoquotidiano.it: “Renzi? Come la Thatcher e Reagan”

 

Gallino nella stessa intervista non ebbe timore nel considerare la politica economica del governo Renzi diretta discendente del thatcherismo, come priva di differenza dai precedenti governi di Monti e dell’epoca berlusconiana. Nel 2012 per il professore torinese, assieme, tra gli altri, a Stefano Rodotà, Paul Ginsborg e Marco Revelli ci fu anche il tentativo di fondare Alba, “un soggetto politico nuovo che catalizzi un ampio spettro di energie politiche volte a superare il neoliberismo”, ma che non ebbe il successo sperato. Rimane allora la lucidità di pensiero e la capacità di analisi del reale con il baricentro della propria riflessione orientato verso i più deboli, con un coraggio di ribellione al pensiero dominante che di solito l’essere umano riserva più alla fase della giovane età che a quella degli ultrasessantenni. In questo cortocircuito anagrafico e politico Gallino è stato sicuramente tra gli esempi etici più limpido di tutta l’Europa contemporanea.