Francia migranti, lo sgombero del liceo Jean Quarre a Parigi

Secondo stime aggiornate al 16 ottobre 2015, sono attualmente in corso nel nostro pianeta conflitti che coinvolgono 65 Stati membri delle Nazioni Unite e 665 milizie, guerrillas e gruppi separatisti. Quarantuno sono le regioni e province autonome che lottano per l’indipendenza: sette in Africa, venti in Asia, due in Medio Oriente e dodici in Europa1. Vista la domanda, il mercato mondiale delle armi non conosce crisi ed il Made in Italy si classifica nono esportatore in una classifica miliardaria guidata dagli Usa. Il risultato è che oltre 60 milioni di persone hanno perso tutto e sono diventati dei rifugiati: il numero più alto dalla seconda guerra mondiale.

Come ci è stato confermato da Carlotta Sami, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur), i rifugiati in Italia sono 93.7004, ovvero poco più di uno ogni mille abitanti. La Germania e la Francia ne accolgono entrambi oltre 200.000 (rispettivamente quasi il due e mezzo e oltre il tre per mille abitanti), il Regno Unito 117.000 (due per mille) e la Svezia 142.000 (oltre quattordici rifugiati ogni mille abitanti). In Libano una persona su quattro è rifugiata. Solo in Turchia soggiornano 1.700.000 siriani. In totale, al mese di ottobre, secondo l’Oim, oltre 613.000 migranti e rifugiati sono affluiti in Europa nel 2015 attraverso il Mediterraneo, dei quali 137.313 sono stati registrati in Italia ed oltre 472.000 in Grecia; e almeno 3.117 persone hanno perso la vita nella traversata.

I rifugiati in Italia provengono principalmente da tre Paesi: uno è l’Afghanistan, Paese in cui l’Italia è militarmente presente fin dal 2001 e nel quale intende aumentare il proprio effettivo militare. Il secondo è la Somalia, che tra il 1889 e il 1941 fu protettorato e poi colonia italiana e nel 1950 fu posta dall’Onu sotto amministrazione fiduciaria italiana fino all’indipendenza nel 1960. C’è infine l’Eritrea, nel 1890 prima colonia italiana in Africa fino alla sconfitta fascista contro gli inglesi nel 1941. Nel 1947 l’Eritrea fu assegnata all’Etiopia. Dopo la guerra d’indipendenza e la caduta del Derg, dal 1993 l’Eritrea è guidata da un solo uomo, il presidente Isaias Afewerki, che conduce il Paese con mano di ferro.

Sheila Keetharuth, relatrice speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Eritrea, pur non avendo ottenuto da quel governo il permesso di visitare il Paese, negli ultimi tre anni ha raccolto le testimonianze di eritrei in esilio, che dipingono una situazione particolarmente inquietante, per sfuggire alla quale, ogni mese, tra 4.000 e 5.000 eritrei lasciano l’Eritrea per rifugiarsi nei Paesi vicini e più in là fino all’Europa. Molti eritrei sono periti nel Mediterraneo, e molti altri sono divenuti vittime del traffico degli esseri umani. I numerosi minorenni non accompagnati corrono un rischio maggiore di essere vittime di abusi criminali, sessuali ed economici; altri ancora sono rapiti per ottenere riscatti, ma gli eritrei preferiscono comunque farsi carico di questi rischi, pur di lasciare un Paese dove sono obbligati ad un servizio militare di durata indefinita (nel prolungarsi della situazione di “né guerra né pace” con l’Etiopia) e di un’estrema durezza; dove rischiano arresti arbitrari e condizioni di detenzione disumane; dove avvengono esecuzioni extragiudiziarie, sparizioni forzate, dove si pratica la tortura, e le libertà d’opinione ed espressione, riunione, associazione e culto sono violate.

Il diritto all’educazione è condizionato dagli obblighi militari, e per molte cure mediche l’unica opzione degli eritrei è espatriarsi, quando ne hanno i mezzi. Il diritto all’abitazione è continuamente violato, per via delle numerose espulsioni. Quest’anno, 800 case sono state demolite solo ad Asmara e nei dintorni, mandando per strada oltre 3.000 persone. Alcune persone sono state ferite ed uccise nelle espulsioni, che sono tutt’ora in corso. Quando i rifugiati sono rimpatriati in Eritrea, corrono seri rischi di essere vittime di persecuzioni, torture e reclutamento forzato nel servizio militare per periodi indefiniti.

Secondo Sheila Keetharuth, è necessario che la comunità internazionale mantenga alta l’attenzione sulla situazione dei diritti umani in Eritrea, e che gli Stati che forniscono assistenza allo sviluppo all’Eritrea verifichino che essa non sia utilizzata per causare ulteriori violazioni dei diritti umani.

Infine, gli Stati dovrebbero rinforzare la protezione delle persone che fuggono dall’Eritrea, concedendo loro un rifugio temporaneo in base al diritto internazionale, e soprattutto sviluppando dei meccanismi efficaci di identificazione e protezione dei bambini migranti non accompagnati.