In Europa sale la pressione di chi vuole eliminare i dazi sulle importazioni di pannelli fotovoltaici “made in China”. Introdotti a fine 2013 per contrastare la vendita sottocosto, scadranno il 7 dicembre prossimo e Bruxelles deve ancora decidere se rinnovarli. In molti però ritengono che le imposte doganali abbiano affossato l’industria solare degli Stati membri e, di conseguenza, fatto calare l’occupazione. In campo è sceso anche l’Europarlamento, chiedendo non solo di eliminare i dazi ma anche il meccanismo “Minimum Import Price”, che impone prezzi minimi per i pannelli provenienti dal Paese asiatico.

In una lettera al commissario al Commercio Cecilia Malmström, 14 europarlamentari di tutti i principali gruppi politici sottolineano che, da quando sono state introdotte le misure protezionistiche, l’installazione in Europa di impianti solari è scesa dai 17 gigawatt del 2012 a meno di 7 nel 2014. “Riteniamo che i dazi europei sui prodotti solari cinesi abbiano contribuito a questo rallentamento”, si legge nella lettera. E ancora: “Un ritorno ai prezzi di mercato aiuterebbe anche i consumatori ad acquistare prodotti di qualità al miglior prezzo possibile”.

Le conseguenze, aggiungono gli europarlamentari, si sono viste anche sul piano occupazionale, con un calo di posti di lavoro da 165mila a 120mila. Oltre la metà dei lavoratori del settore è quindi rimasta a casa, esattamente il contrario di quel che si voleva ottenere quando l’Europa ha imposto le misure protezionistiche. Secondo l’Epia, l’associazione europea dell’industria fotovoltaica, la gran parte dei licenziamenti è avvenuta nelle imprese che si occupano di installare gli impianti, quelle cioè a più alta intensità di manodopera. Di conseguenza, sostiene Epia, se con l’eliminazione dei dazi si riuscisse a ridare fiato alla realizzazione di nuovi impianti, a beneficiarne sarebbe anche l’occupazione

Anche i produttori Ue sono scesi in campo. Ventuno associazioni del settore, tra cui l’italiana Assorinnovabili, hanno preso carta e penna e scritto una lettera al commissario Malmström. Senza misure protezionistiche, è scritto nella missiva, i produttori avrebbero a disposizione pannelli solari e componenti fotovoltaici che rispondono ai più alti standard qualitativi e le installazioni tornerebbero a crescere, generando nuovi posti di lavoro. Ci sarebbero benefici anche per i consumatori, che potrebbero acquistare prodotti di qualità a prezzi di mercato. L’Europa, sottolineano i produttori, dovrebbe cambiare strategia fissando severi requisiti tecnici e ambientali anziché frenare l’import da Pechino.

I dazi sono stati introdotti a dicembre 2013 dal Consiglio europeo, influenzando fortemente il settore solare e provocando una vera e propria “guerra commerciale” con Pechino. Sono state esentate solo le industrie cinesi, circa un centinaio, che hanno aderito all’accordo sui prezzi minimi (revocato successivamente per alcune aziende per violazione delle regole). L’eliminazione delle misure protezionistiche è prevista per la fine del 2015. L’obiettivo del Consiglio Ue era contrastare la vendita sottocosto dei pannelli solari, in gergo dumping, e impedire la presunta concorrenza sleale del Paese asiatico, ridando così slancio al mercato interno e all’occupazione. Secondo Bruxelles, infatti, i produttori cinesi di moduli al silicio cristallino, celle e wafer hanno usufruito di finanziamenti agevolati, sgravi fiscali, agevolazioni sull’acquisto delle materie prime e dell’elettricità, finanziamenti per aumentare la capacità produttiva, fondi di garanzia, aiuti diretti. Tutto in violazione degli standard fissati dall’Organizzazione mondiale del commercio.

Ai tempi la Commissione scrisse che solo gli aiuti pubblici pesavano per l’11% del prezzo finale dei moduli fotovoltaici cinesi, provocando una spirale al ribasso dei costi e un’invasione di prodotti provenienti da Pechino. Dal 2009 al giugno 2012 le importazioni in dumping dalla Cina erano aumentate di oltre il 300% per i moduli, del 482% per le celle e del 648% per i wafer.  Di contro i prezzi delle importazioni oggetto di dumping erano diminuiti del 64% per i moduli, del 42% per le celle e del 40% per i wafer.