Una lettera al presidente della Repubblica. Anzi una richiesta di incontro. Oppure una bozza. Finisce con un nulla di fatto il fronte “compatto”, per modo di dire, delle opposizioni contro la riforma del Senato. In mattinata il capogruppo di Forza Italia aveva diffuso la notizia di un testo già pronto e di cui dovevano essere concordati solo i dettagli. Poi è bastato il voto di 30 senatori Fi in linea con il governo su un emendamento per far saltare il banco. 

Morale: alla fine gli unici a inviare una lettera a Sergio Mattarella sono stati gli stessi berlusconiani, agitati di dimostrare che non sono più quelli del Nazareno e del patto per le riforme con il governo. La Lega Nord come forma massima di protesta ha scelto di uscire dall’Aula nel momento del voto sull’articolo 21, mentre il Movimento 5 Stelle ha fatto sapere che una epistola loro l’avevano già mandata due settimane fa e che semplicemente ora stanno aspettando la convocazione del Quirinale.

“Una riforma costituzionale in contraddizione con la Carta. Il presidente del Senato che non è più super partes. Un testo pieno di errori materiali e incongruenze”. Erano questi gli elementi inseriti nella bozza firmata da Cinque Stelle, Lega Nord, Forza Italia e SelLe minoranze, unite, in un primo momento volevano segnalare al capo dello Stato “l’impossibilità per tutta l’opposizione parlamentare di condividere il percorso della riforma costituzionale, la più ampia dal Dopoguerra a oggi, malgrado le numerose sollecitazioni rivolte alla maggioranza per un confronto sui punti più qualificanti”.

Sempre nello stesso testo, poi mai inviato, segnalavano “l’assenza di quel clima di dialogo che sarebbe doveroso in un passaggio fondamentale di una Repubblica parlamentare”, un contesto che “sta determinando un testo costituzionale non privo di errori materiali, incongruente nelle sue diverse parti e in aperta contraddizione con quei principi fondamentali richiamati anche recentemente da pronunciamenti della Corte costituzionale“. 

L’altro passaggio della lettera era sulla gestione dell’Aula del presidente Grasso: “Dobbiamo rilevare – dicevano M5s, Fi, Lega e Sel – il venir meno del ruolo di arbitro super partes del presidente del Senato” perché si esprime “costantemente a favore” della maggioranza. Tra l’altro dopo le violazioni su emendamenti e voti segreti, spiegano le opposizioni, Grasso ha respinto più volte la richiesta di convocare la giunta per il regolamento.