È uscito “Ora o mai più”, il primo album solista di Don Joe dei Club Dogo. Il disco, oltre ad un’ottima selezione di rapper, ospita cantanti come Emma Marrone e Giuliano Sangiorgi. L’abbiamo intervistato per approfondire cosa significhi fare oggi il produttore in Italia e come il pop nostrano si stia confrontando con quello USA.

Come è nata l’idea di un disco solista?
È un’idea a cui lavoravo da tempo: proporre in Italia una cosa “da producer”, come succede in molte altre parti del mondo, e far cantare artisti italiani di un certo calibro sulle mie produzioni.

A te il pop piace?
In linea di massima sì. Se intendiamo quello internazionale dove non ci sono problemi a mischiare i generi. Diciamo che quello “classico”, cantato in italiano, non mi fa impazzire.

Le due domande di riscaldamento erano solo per farti questa: perché in America è Madonna a chiamare Diplo per produrle i pezzi mentre in Italia è Don Joe che chiama Emma Marrone?
(ride, nda) Perché la figura del producer hip hop in Italia non è mai stata considerata. Ci sono stati altri prima di me che hanno provato a portare un discorso simile al mio ma sono passati in sordina. E non per scarsa qualità del prodotto, sia chiaro, ma perché da noi il ruolo del producer non viene concepito così. Siamo abituati a fare gli album da Canova o da altri nomi più convenzionali. Probabilmente è solo una questione di tempo, in America queste cose succedono da 10-15 anni, in Italia arriveranno prima o poi. O almeno lo spero.

Hai citato Canova, che insieme a Fortunato Zampaglione sta proponendo cose piuttosto nuove. È interessante constatare che il pop italiano stia cambiando ma converrai con me che c’è ancora una bella differenza, soprattutto nei suoni, tra questo tipo di proposte e le tue.
Loro non arrivano da un background come il mio. Magari hanno strizzato l’occhio a quello che succede nel mondo ma non arrivano da quel mondo. Io non voglio fare il presuntuoso, ma è per spiegarti che ascoltiamo cose diverse, tutto lì. “Guerriero” di Mengoni, sempre prodotta da Canova & Zampaglione, mi è piaciuta molto.

“Ora o mai più” ha due lati: quello pop e quello rap. Partendo dal primo, hai avuto problemi a far cantare gli artisti sulle tue basi?
No, anzi sono rimasto piacevolmente colpito. Molti pensano che gli artisti italiani di un certo calibro vogliano mantenere le loro abitudini e cantare sulle solite cose, in realtà hanno voglia di sfogarsi. E poi sono dei grandissimi professionisti, forse ho avuto più problemi con i rapper (ride, NdR).

Prendiamo il pezzo con Maruego, “Tutto apposto”. È interessante perché non tocca i soliti cliché del rap, ha un modo di cantare piuttosto acido e una base altrettanto acida. Le tre cose insieme funzionano molto bene.
Mi fa piacere che tu dica così. Maruego è uno dei pochi che mi ha impressionato in quest’ultimo momento del rap italiano. Uno rischia sempre di abituarsi e se non esce nulla che davvero ti colpisce dopo un po’ ti stanchi. Lui invece mi ha davvero scioccato, credo tanto in quel ragazzo lì.

Quanto conta il flow nel tuo lavoro?
Non cambio la base in base al flow del rapper, se è questo che intendi. La strumentale è quella e lui si deve adattare, al massimo può sceglierne un’altra se sulla prima non riesce a scrivere.

Quali sono i requisiti fondamentali che deve avere una tua produzione?
Di solito parto dal groove: se il brano mi fa muovere mentre costruisco la batteria ho già fatto il 70% del lavoro. E poi la melodia: moltissime hit mondiali sono state scritte al pianoforte, se hai una melodia forte puoi anche metterla su una batteria semplicissima e vinci lo stesso.

In “Come fosse ieri” la produzione, così anni ’80, si lega bene ad una certa nostalgia/malinconia del protagonista.
È un brano molto triste e mettere quel mood anni ’80 ha rafforzato questo tipo di malinconia. All’inizio non aveva quella base ma poi l’ho cambiata completamente. Spesso lavoro così: inizio da una strumentale e poi decido se cambiare l’atmosfera o meno. Anche con i rapper accade: se dicono cose più toccanti preferisco cambiare la base e renderla molto più malinconica.

Che sembra piacerti molto.
Io sono un malinconico. Ovviamente capisco che in un disco non si possa dare sempre quel tipo di “ambiente”, però mi piace molto più il lato malinconico rispetto a tanti altri mood.

Che orari di lavoro fai?
Abbastanza da “impiegato”, di solito la mattina la dedico alle cose più tecniche e la sera a quelle più creative. Almeno una decina di ore al giorno le faccio sempre.

Da quando la musica ti paga da vivere?
Diciamo dal 2003. Ho iniziato prima a lavorare negli studi da garzone, poi ne ho aperto uno con i Two Fingerz in quel di Bovisa Masciago, in provincia di Milano. Era una cinquantina di metri quadri e dovevamo starci in tre. Poi ne ho aperto uno tutto mio nel 2003.

E prima ancora cosa facevi?
Ho lavorato diversi anni all’Ikea, poi in stazione centrale, in un negozio… ho fatto tantissime cose.

Mi dici un produttore che ha davvero cambiato tutto negli ultimi anni?
In America ce ne sono tanti ma non sempre sono nomi che fanno scalpore. Ad esempio, quando arrivò “B.M.F.”, il primo singolo di Rick Ross prodotto da Lex Luger, fu geniale, non si era sentita prima una roba del genere. Ha riportato le Roland 808 in un momento in cui nessuno le usava più. Poi ad un certo punto tutti hanno iniziato scegliere quei suoni, ma in pochi gliene hanno riconosciuto il merito.

Quale set-up base consiglieresti a chi vuole iniziare a fare il tuo lavoro?
Bene o male le cose le puoi fare con un computer ed un paio di cuffie. Lo stesso Lex Luger faceva le basi con un pc da 300 dollari. Ci vogliono le idee forti. In realtà per produrre serve pochissimo.