La sensazione è che il turismo sia in ripresa. Peraltro i flussi dei visitatori stranieri non si sono mai fermati, erano gli italiani ad aver ridotto drasticamente le vacanze. È però difficile certificare la crescita con i dati, anche perché si tratta di un settore in piena trasformazione.

di Stefano Landi (Fonte: lavoce.info)

Gli italiani tornano al mare

Dall’inizio di settembre, sono stati in molti a parlare di ripresa del turismo italiano, e la voce più autorevole è stata certamente quella del presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Ma i dati su cui si basano queste affermazioni sono ancora molto parziali, anche se l’umore è certamente cambiato in meglio. I dati del turismo estivo parlano innanzi tutto di un flusso di turisti stranieri in perdurante crescita, almeno dal 2008. I problemi erano sul mercato interno, colato a picco fino a tutto il 2014. Ora invece gli “exit poll” di settore, cioè le analisi campionarie previsionali, svolte per conto delle principali associazioni di categoria, parlano di una ripresa delle vacanze degli italiani dell’ordine del 9 per cento: è certamente una bella notizia.

Nel 2013-2014 era stata soprattutto la fascia media del mercato interno a rinunciare alle vacanze, facendone di meno (meno viaggi ciascuno), o più brevi (microvacanze), o niente del tutto (escursionismo senza pernottamento). Ora invece, forse anche grazie ai famosi 80 euro, è proprio la fascia media a ripartire, in senso metaforico ma anche letterale. Aiutata, certamente, da una estate molto calda e secca, al contrario di quanto accaduto nel 2014. E, per quanto forse non abbia portato i risultati previsti in termini di turisti cinesi, certamente anche l’Expo qualche aiuto lo ha dato, non fosse altro per la presenza massiccia in Lombardia di “addetti ai lavori”.

Anche le indagini e gli osservatori regionali virano al bel tempo, ma spesso i dati favorevoli – non riscontrati a livello nazionale – risultano condizionati dalle vicende politiche locali. E i dati nazionali (Istat), attesi per la prossima settimana, daranno solo un’idea di tendenza, limitandosi al primo semestre dell’anno e ai soli esercizi ricettivi “tradizionali”.

Come cambia il turismo

Sull’attendibilità di questi dati crescono però le preoccupazioni, per via delle trasformazioni strutturali in atto, e non certo da quest’anno. In realtà, “la fabbrica dell’impresa turistica”, per come eravamo soliti intenderla, sembra abbia chiuso. Il numero degli alberghi è in calo ormai da venti anni (sono adesso circa 33 mila, erano 40 mila nel 1985)  e non ci sono segnali di controtendenza: quasi tutte le “nuove aperture” sono in realtà effetto di re-branding, per il passaggio degli esercizi da una catena all’altra, fenomeno significativo soprattutto nelle grandi città.

Anche i tour operator non se la passano bene: calano infatti a un ritmo del 5 per cento annuo, ormai sono ridotti a meno di trecento. E non passa giorno senza notizie di nuove crisi e chiusure, giustificate ora per la crisi della destinazione Tunisia, ora per la concorrenza sfrenata degli acquisti in rete. E invece il turismo sembra crescere impetuosamente in modalità “disruptive” (di disturbo, diremmo in italiano): nell’alloggio si registra il boom di tutte le forme “non convenzionali”, con alla testa i bed & breakfast, più o meno in regola con le leggi regionali, peraltro una diversa dall’altra.

Per quanto riguarda l’organizzazione stessa della vacanza, ormai i grandi portali delle linee aeree e delle recensioni effettuano prenotazioni, creando un mercato parallelo difficilmente quantificabile, soprattutto se si considera che vendono anche alloggi privati fuori da ogni statistica e controllo. Nel trasporto di medio-lungo raggio e in quello locale le formule alternative stanno prendendo sempre più piede. Anche senza parlare dei casi Uber e BlaBlaCar, è sotto gli occhi di tutti l’espansione dei noleggi e del car sharing.

E pure nel lavoro si conferma la tendenza al “cambio d’abito” nel turismo: le statistiche che continuano a registrare i dipendenti di alberghi e agenzie viaggi mostrano dati incerti, con segni positivi ma anche cali, contro ogni evidenza circa le tendenze del settore. Semplicemente, a tanto lavoro corrisponde poca occupazione: i nuovi addetti sono nelle imprese di pulizie e di catering, magari nei portali con sede all’estero, nei noleggi, nei servizi personalizzati, nei B&b al nero o tra i lavoratori agricoli nel caso del turismo rurale.
Insomma, il turismo cresce un po’ ovunque, anche se non riusciamo ad averne un riscontro quantitativo accettabile. Ma il clima è certamente cambiato, e se non si lamenta nessuno vuol dire che le cose vanno effettivamente bene.

Stefano Landi è laureato in Economia a La Sapienza di Roma. Dopo una lunga esperienza al Censis, ha collaborato con molte Regioni italiane nel definirne le strategie turistiche. Dal 1996 al 2001 è stato Capo del Dipartimento Turismo della Presidenza del Consiglio. Presidente di SL&A, è professore a contratto di materie turistiche alla Luiss ed alla Lumsa.