Così si archivia il mito previdenziale del secondo pilastro: a quando un’operazione verità sulle pensioni?
di Pietro Francesco Maria De Sarlo
Da Formigli, Michele Serra ha detto che i giovani non prenderanno la pensione neanche a 60 o a 70 anni e di organizzarsi privatamente per fare fronte al possibile collasso del sistema pensionistico. La legge di bilancio 2026 ha invece archiviato il grande mito previdenziale degli ultimi trent’anni: quello della pensione privata integrativa che avrebbe dovuto compensare l’arretramento della pensione pubblica.
Il mito nasce dal position paper Averting the Old Age Crisis del 1994 della Banca Mondiale, uno dei principali veicoli di diffusione delle politiche economiche riconducibili al Washington Consensus. In sintesi l’evoluzione demografica avrebbero reso sempre più difficile sostenere sistemi pensionistici fondati esclusivamente sul primo pilastro pubblico.
La soluzione proposta era il modello multi-pilastro: una pensione pubblica obbligatoria con funzione essenzialmente di tutela di base, affiancata da un secondo pilastro, incentivato, a capitalizzazione gestito dai fondi pensione e da un terzo pilastro di risparmio individuale volontario. Questo avrebbe consentito di mantenere un tasso di sostituzione pensionistico della retribuzione sufficiente a mantenere un discreto tenore di vita anche in vecchiaia.
In Italia questo percorso prende forma con il D.Lgs. 124 del 1993, che introduce una disciplina organica della previdenza complementare e le basi del secondo pilastro. Da un lato si riteneva che i fondi pensione avrebbero integrato le future pensioni pubbliche; dall’altro che le ingenti risorse raccolte avrebbero contribuito allo sviluppo della borsa e all’ammodernamento del capitalismo italiano.
Il bilancio è stato fallimentare. I fondi pensione amministrano oggi circa 260 miliardi di euro, ma il sistema non è mai diventato una componente significativa del reddito pensionistico in grado di compensare la riduzione delle prestazioni pubbliche. L’elevata contribuzione obbligatoria – il 33% delle retribuzioni – la crescita economica debole e i salari stagnanti hanno determinato una contribuzione aggiuntiva limitata, tra l’1 e l’1,5% dei salari.
Per favorire la contribuzione aggiuntiva si sono date agevolazioni fiscali, fino a consentire nel 2007 l’utilizzo del Tfr. Operazione che presuppone rendimenti nel lungo periodo superiori alla rivalutazione del Tfr. Per far fronte alle esigenze immediate dei lavoratori, sono state consentite le anticipazioni di somme per l’acquisto della prima casa e per le spese mediche che svuotavano il tesoretto pensionistico.
Da un lato il secondo pilastro si trasformava in un bancomat, dall’altro l’agevolazione fiscale favoriva il risparmio, sottraendolo ai consumi e al Pil. Il trasferimento del Tfr diminuiva le capacità di autofinanziamento delle aziende e i fondi pensione, invece di investire nell’economia reale e nella borsa italiana, hanno investito più dell’80% dei propri asset all’estero.
Dulcis in fundo, la conversione in rendita offerta dal secondo e terzo pilastro si è rivelata deludente per effetto di coefficienti meno favorevoli di quelli utilizzati dal sistema pensionistico pubblico, anche del 30%, e con riduzioni maggiori per le donne.
Le novità introdotte dalla legge di bilancio 2026 rappresentano il punto di arrivo di questa evoluzione. Aumenta la quota di capitale liquidabile, vengono introdotte rendite temporanee e modalità di prelievo più flessibili lasciando poco o nulla alla rendita pensionistica.
Il legislatore prende così atto del fallimento del secondo pilastro come supporto alla pensione per trasformarlo in un prodotto di risparmio con fiscalità agevolata che al massimo aumenta l’argent de poche rappresentato dalla liquidazione.
Serra e gli altri giornalisti mainstream dovrebbero invece informarsi e dire ai giovani che la loro unica speranza di una vecchiaia serena è nella pensione pubblica e di sostenerla. A quando una operazione verità sulle pensioni e sulle riforme liberiste degli ultimi 30 anni?