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Stop al lavoro nelle ore più calde: scatta la cig in deroga. Ma il testo ancora non c’è. Il nodo dei servizi di “pubblica utilità”

Ok del governo alla norma per il blocco delle attività: i confini ancora da decidere, in ballo anche i lavoratori della pesca. Alcune Regioni estendono le tutele
Stop al lavoro nelle ore più calde: scatta la cig in deroga. Ma il testo ancora non c’è. Il nodo dei servizi di “pubblica utilità”
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Alcuni hanno compiuto un passo avanti, altri sono rimasti fermi alle ordinanze dello scorso anno. Per tutti, farà da cornice la norma varata dal Consiglio dei ministri che prevede la possibilità per le aziende di accedere, in alcuni settori, alla cassa integrazione in deroga nel caso in cui si dovessero fermare i lavori nelle giornate da bollino rosso: il testo ancora non c’è, apprende Ilfattoquotidiano.it da fonti ministeriali, perché la decisione di impostarla nel decreto Infrastrutture è stata presa last minute: si sta discutendo dell’inserimento dei lavoratori del comparto pesca mentre vanno avanti le interlocuzioni con la Ragioneria di Stato sulle coperture.

Tutte le regioni con le ordinanze (tranne tre)

L’improvvisa e prolungata ondata di calore che sta investendo larga parte dell’Italia ha riacceso i fari sulle ordinanze di stop in agricoltura, edilizia, logistica e consegne a domicilio nelle ore più roventi. Rispetto allo scorso anno, molte Regioni si sono mosse in anticipo (in 6 casi le norme sono in vigore da fine maggio) e hanno esteso le tutele a nuove categorie. La Puglia, per dire, ha imposto l’obbligo di fermare le attività negli spazi confinati, cioè gli ambienti indoor con scarsa ventilazione. Al momento solo la Valle d’Aosta e le Province autonome di Bolzano e Trento non hanno previsto regole stringenti. In Trentino esistono solo linee guida, contestate dai sindacati. Tutte le altre regioni hanno invece attivato le misure.

Resta il buco della “pubblica utilità”

Il “buco” è più o meno lo stesso che fece discutere lo scorso anno, quando la Usb sollevò un polverone legato agli appalti di “pubblica utilità”, una formulazione nella quale potrebbero rientrare – tra gli altri – anche le manutenzioni stradali, tra i lavori maggiormente esposti al rischio di temperature estreme. In quasi tutti i testi si legge infatti che le prescrizioni “non trovano applicazione per le Pubbliche amministrazioni, per i concessionari di pubblico servizio e per i loro appaltatori quando trattasi di intervento di pubblica utilità, pronto intervento, protezione civile e di salvaguardia della pubblica incolumità”. Pur prevedendo, ovviamente, misure organizzative e operative per la riduzione del rischio di esposizione dei lavoratori alle alte temperature. In ogni caso, non è previsto alcuno stop automatico.

L’interpretazione restrittiva di Calabria e Campania

La menzione della “pubblica utilità” apre le porte a un’interpretazione ampia. Per dire, la Regione Lombardia la spiega così nei chiarimenti: “Si può considerare intervento di pubblica utilità, in via generale, qualunque operazione, edile o meno, per il quale vi è un interesse della collettività alla sua realizzazione in quanto soddisfa bisogni di interesse pubblico; in relazione alla fattispecie in questione, stante il contesto alla base dell’ordinanza regionale e la primaria necessità di tutelare la vita e l’incolumità dei lavoratori, si ritiene che siano tali gli interventi che, secondo il prudenziale apprezzamento dell’amministrazione appaltante, non siano procrastinabili o differibili ad orari diversi per la salvaguardia di servizi pubblici essenziali”. C’è chi, comunque, quest’anno ha compiuto un passo avanti. Calabria e Campania limitano la non applicazione del divieto di lavoro tra le 12 e le 16 solo agli “interventi che, a seguito di eventi imprevedibili, siano improrogabili e indispensabili al ripristino di servizi essenziali”: una formulazione assai più stringente rispetto alle altre regioni.

Le altre estensioni dal Veneto alle Marche

Il Veneto e l’Emilia-Romagna sottolineano invece che un’eventuale interruzione delle attività di pubblica utilità che porta allo sforamento dei tempi di consegna può prevedere la “possibilità di rinegoziare i termini concordati per l’adempimento, senza applicazione di penali e senza comportare la risoluzione del contratto”. Il Friuli e la Toscana hanno previsto una deroga che, di fatto, aiuta i lavoratori senza impattare sui tempi dei cantieri: autorizzano l’anticipo e il posticipo di un’ora dei lavori scavalcando i regolamenti comunali per la disciplina delle attività rumorose. Una regola che varrà per tutti tranne che per i comuni “a densità turistica alta o superiore con vocazione marittima”. Piemonte, Marche e Lombardia si limitano invece a una raccomandazione alle amministrazioni locali affinché valutino “l’opportunità” di derogare alle norme così da “consentire lo svolgimento delle attività lavorative in fasce orarie più fresche”.

Lo studio: “Con le ordinanze tassi di infortunio ridotti”

A supportare la necessità di regolare il lavoro nei giorni di canicola c’è anche uno studio peer review pubblicato sul Journal of Exposure Science&Environmental Epidemiology. L’efficacia delle misure preventive è stata valutata nell’ambito del progetto Worklimate, la piattaforma che calcola lo stress termico, da ricercatori di Cnr e Inail: “Nell’estate 2024, l’anno più caldo registrato a livello globale, i tassi di infortunio sul lavoro nelle regioni che avevano o meno adottato le ordinanze mostrano una significativa riduzione nelle prime, nonostante fossero più esposte a caldo intenso”, spiega Marco Morabito, ricercatore del Cnr. “Nel settore edile il tasso di infortuni è inferiore del 21,9% rispetto alle regioni prive di ordinanza, nel settore agricolo di circa il 25% e nei giorni classificati a maggior rischio dalla piattaforma, la riduzione degli infortuni nel settore delle costruzioni ha superato il 40%”.

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