Venerdì l’Italia è stata colpita da un’epidemia d’isteria collettiva. Tema: la scandalosa violazione dei diritti dei turisti. Tutti indignati perché i lavoratori del Colosseo e dei Fori hanno indetto un’assemblea. Come si permettono di disturbare? Non gli pagano gli straordinari da mesi? Cazzi loro. D’accordo: l’assemblea si poteva svolgere in un orario meno dannoso per i visitatori, ma era comunque stata autorizzata. Appena il premier – segretario del principale partito di sinistra (ah ah) – ha twittato la linea, tutti sono scattati sull’attenti. Corifei d’ogni risma hanno risposto agli ordini superiori, come al solito a reti unificate: vergogna, la misura è colma, basta figuracce internazionali (il centro di Roma sporco e degradato invece è un bel biglietto da visita), dagli al sindacato corporativo. Siccome la faccenda è urgente, venerdì in serata è arrivato il decreto del governo del fare, che equipara musei e monumenti ai servizi pubblici (i cui lavoratori comunque hanno diritto di sciopero regolato dalla legge 180): il diritto del turista di entrare al Maxxi è uguale a quello del cittadino di farsi curare.

O di un bimbo disabile di avere assistenti materiali e professori di sostegno qualificati: domani tanti bimbi e ragazzi con handicap vedranno negato il loro diritto a una vita dignitosa e alla scuola, ma non ci sarà nessun decreto. Alessandro Robecchi si domanda, su Twitter, se un provvedimento per vietare il blues nei campi di cotone è già stato varato: decidete voi se ridere per l’intelligente battuta o piangere per la realtà che fotografa. Se ieri sul quotidiano della sinistra che piace Francesco Merlo scriveva che il Colosseo è diventato “un’emergenza nazionale” e che “Matteo Renzi stava aspettando proprio questo ennesimo abuso sindacale”, allora ha ragione Stefano Rodotà. Che sempre su Repubblica, in giugno, annunciava: “L’inverno dei diritti è tra noi”. Il professore – autore tra i tanti di un bellissimo saggio, Il diritto di avere diritti per Laterza – commentava il jobs act che consente al datore di lavoro di controllare a distanza i dipendenti. Ma l’aggressione ai diritti è un’erosione progressiva, sia per via omissiva che per via legale.

Nel 2012 la Cassazione scrisse che era “radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile della stessa esistenza del matrimonio”. Non c’è ancora traccia di una legge sulle unioni omosessuali e nemmeno di una sul fine vita.

Da anni il diritto di voto è umiliato da una legge elettorale definita incostituzionale dalla Consulta e sostituita da una non migliore norma che, secondo i più autorevoli studiosi, viola principi base come la rappresentanza e che di nuovo ci restituirà una Camera dei deputati nominati. A proposito di Corte Costituzionale, è bene ricordare la scomposta reazione del governo alla sentenza che in maggio ha bocciato la legge Fornero nella parte in cui ha bloccato per due anni l’adeguamento delle pensioni dai 1.400 euro in su, perché viola il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.

Reazioni a parte, i diretti interessati hanno visto solo gli spiccioli. Perché il governo ha deciso così. È in corso uno smantellamento delle costituzioni: tutti i diritti stanno diventando a tutele decrescenti, per ossequiare i nuovi poteri. Non dimentichiamo il Report della banca d’affari J.P Morgan del 2013: “I sistemi politici dei Paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”. A processo “d’integrazione” completato, sarà bene ricordarsi i nomi dei corifei e dei complici: ma forse avranno cambiato idea, prima o poi il “processo” toccherà anche loro.

Il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2015