Si chiama Homo Naledi, uomo delle stelle, ed è la nuova specie di ominine ritrovata nelle caverne del Sudafrica denominate Rising Star (stella che sorge). Una scoperta senza precedenti, che aggiunge un tassello fondamentale alla ricerca mondiale sui nostri antenati, come spiega a ilfattoquotidiano.it Damiano Marchi, antropologo del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, unico italiano nell’equipe guidata dal professor Lee Berger, in questo progetto condotto da National Geographic Society (nella foto, la simulazione sulla copertina della rivista), Università del Witwatersrand e dal National Research Foundation del Sudafrica.

“Finora tutti i ritrovamenti si basavano su reperti frammentari, quindi non eravamo in grado di descrivere adeguatamente le caratteristiche del corpo degli ominini, per capire come si muovevano, se erano in grado di usare le mani come noi, se si arrampicavano. Stavolta abbiamo studiato più di 1500 reperti, che corrispondono ad almeno 15 individui, una cosa unica per la paleoantropologia” spiega a ilfattoquotidiano.it Marchi, a Londra per annunciare alla Society, questo pomeriggio, i risultati degli studi, attesi da quando due spedizioni, tra il novembre 2013 e il marzo 2014, avevano portato alla luce questa comunità di ominini nella provincia di Gauteng, nel nord est del Sudafrica.

Alto un metro e mezzo per circa 45 chili, l’uomo delle stelle è tra i nostri antenati più antichi. Ha un cervello grande come un’arancia, ma ci assomiglia più di quanto immaginassimo. “Fa parte degli ominini primitivi, ma ha caratteristiche simili all’uomo moderno per la capacità di camminare e soprattutto di correre. Anche se erano bipedi, erano piuttosto bravi ad arrampicarsi sugli alberi: per questo ha anche somiglianze, se vogliamo, con le scimmie” spiega ancora il professore, voluto nel team per i suoi studi sulla locomozione dei primati. Le dita incurvate indicano che il Naledi fosse bravo a salire sugli alberi, mentre le gambe lunghe che fosse abituato a spostamenti impegnativi.