draghi 640Quando a gennaio la Banca centrale europea ha tirato il grilletto del suo bazooka monetario, il Quantitative easing, aveva previsto un’inflazione nel 2016 all’1,1 per cento e all’1,5 nel 2017, cioè vicino a quel 2 per cento che dovrebbe essere la normalità. È una questione di coerenza logica: quando la Bce annuncia acquisti per 60 miliardi al mese di titoli di Stato, fino a circa 1.100 miliardi come minimo, calcola l’entità di quelle munizioni monetarie in base a quanto serve per riportare l’inflazione sulla retta via (con prezzi piatti i debitori vengono soffocati dagli interessi, le imprese smettono di investire e i consumatori rinviano gli acquisti).

Giovedì scorso il presidente della Bce Mario Draghi ha dovuto rivedere al ribasso le stime di inflazione: +0,1% nel 2015, 1,3 nel 2016. E ha aumentato la potenza del Quantitative easing: la modifica è tecnica ma in concreto, ha calcolato Luca Cazzulani per Unicredit, i bond acquistabili passano da 1.154 a 1.411 miliardi, quelli italiani da 300 a 366 miliardi. Differenze non da poco. Che equivalgono a dire: “Avevamo sbagliato la misura”.

Certo, da gennaio a oggi il mondo è cambiato, ma si suppone che i banchieri centrali sappiano programmare misure capaci di avere effetti anche in scenari in evoluzione. Certo per Draghi è un momento complicato: lanciare il Qe ha reso meno forte lo scudo anti-spread delle operazioni Omt (invece di acquisti di bond vincolati a impegni e riforme, con il Qe ci sono acquisti senza contropartite), le banche che dovevano usare i soldi a basso costo per sostenere la crescita non lo stanno facendo, anche per scarsità di domanda. E i ministri europei dell’Eurogruppo hanno cancellato l’annuncio di Draghi (fare “tutto il necessario” per difendere l’integrità dell’euro) quando hanno ipotizzato la sospensione della Grecia dalla moneta unica. Perfino i banchieri centrali finiscono le munizioni e i leader politici non sembrano capaci di recuperare lo scettro della leadership che hanno consegnato alla Bce nel 2012, durante la crisi dello spread.

il Fatto Quotidiano, 9 settembre 2015