Antiberlusconiano non è mai stato, lo ha detto chiaramente. Anzi. Non ha mai neanche nascosto la sua simpatia per il Cavaliere, anche perché ha sempre puntato ai suoi elettori: “Se vuoi vincere le elezioni non puoi squalificare gli altri, devi prendere i loro voti”, spiegava il 20 maggio 2013 a Porta a Porta bocciando l’idea del Pd di dichiarare ineleggibile Silvio Berlusconi. E come si strappano i voti agli avversari? Utilizzando i loro stessi argomenti, facendo le stesse promesse. Come quella di abolire le tasse sulla prima casa, storico cavallo di battaglia del leader di Forza Italia. “Il 16 dicembre” gli italiani pagheranno la “seconda rata della Tasi, quello è il funerale delle tasse sulla casa”, ha annunciato Matteo Renzi su Rtl, conficcando un’altra pietra miliare sul cammino della propria “berlusconizzazione”. Perché le due “narrazioni“, quella renziana e quella berlusconiana, si specchiano l’una nell’altra e si intrecciano al punto da risultare spesso indistinguibili.

Via le tasse sulla casa. Ma il sindaco diceva: “Demagogia”
Lo aveva annunciato il 19 luglio: “Nel 2016 via tutte le tasse sulla prima casa“, scandiva il premier ai microfoni del Tg2 parlando di un “patto con gli italiani” che ricorda da vicino il “contratto” firmato da Berlusconi l’8 maggio 2001 sulla scrivania in ciliegio gentilmente messa a disposizione da Bruno Vespa nel suo Porta a Porta. Non è un caso che quella sul taglio delle tasse sulla casa sia stata una delle grandi battaglie del berlusconismo: “Noi aboliremo l’Ici sulla prima casa. Sì, avete sentito bene, anche sulla vostra”, prometteva guardando in camera come un consumato imbonitore il leader azzurro il 3 aprile 2006, nell’ultimo minuto dell’ultimo duello in tv con Romano Prodi, decisivo in vista delle elezioni. Risultato: staccato di diversi punti, B. arrivò a un soffio dal Professore, che alle urne vinse per poche migliaia di voti. Tornato a Palazzo Chigi, il Cav mantenne la promessa con il decreto legge 93/2008 e 4 anni dopo rilanciò sull’Imu, introdotta dal governo Monti: ”La aboliremo”, annunciò il 16 settembre 2012“. Fino a promettere il 3 febbraio 2013, a 20 giorni dalle politiche: “Restituiremo l’Imu agli italiani. In contanti”. Oggi è Renzi a ripercorrere le orme del maestro, anche se nel 2012 stroncava così le sue promesse: “La pressione fiscale va abbassata”, spiegava da sindaco di Firenze il 26 ottobre intervistato dall’emittente fiorentina Lady Radio, ma senza ”discorsi demagogici come fece Berlusconi quando in campagna elettorale disse ‘Avete capito bene, toglieremo l’Ici’”.

I leader all’unisono (lontano da Palazzo Chigi): “Equitalia deve chiudere”
Non è invece demagogia chiedere la chiusura di Equitalia, che le tasse le riscuote, ma solo quando si è lontani da Palazzo Chigi. Nella stessa chiacchierata con Lady Radio, il sindaco brandiva l’ascia della rottamazione: “La parentesi di Equitalia deve finire”, la società “non ha funzionato come doveva funzionare. Penso che sia un fallimento di Equitalia e un segno delle evidenti difficoltà del sistema delle Agenzie delle entrate. E’ un settore dove c’è molto da rottamare”. In pratica quello che Berlusconi va ripetendo dal 2012, dopo essere passato stabilmente all’opposizione: l’ente riscossore è colpevole ”di fare estorsione ai cittadini”, attaccava il 27 settembre 2012 presentando un libro di Renato Brunetta, definendolo poi “un rullo compressore violento” (4 febbraio 2013) e chiedendone la chiusura in media una volta al mese fino al 17 luglio 2015: “E’ necessaria una profonda riforma del fisco e della burocrazia con la chiusura di Equitalia”.

Articolo 18, Matteo come Silvio: “Totem ideologico”
La promessa fatta da Silvio l’ha mantenuta Matteo. Utilizzando gli stessi argomenti. Dal 7 marzo, giorno in cui i primi decreti attuativi sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, il Jobs Act ha archiviato l’articolo 18. “Oggi è assolutamente solo un simbolo, un totem ideologico, è inutile discutere se abolirlo o meno”, assicurava Renzi il 12 agosto 2014 mentre intervistato a Millennium spiegava perché la tutela contro i licenziamenti senza giusta causa doveva essere abolita, riproponendo la strategia del Cav, che il 13 marzo 2002 accusava la sinistra di “issare bandiere ideologiche” sull’argomento. Un invito a non “ideologizzare” la questione che il segretario del Pd ha utilizzato come principale argomento nel dibattito, insieme a quello della creazione di occupazione. “Abbiamo bisogno di creare posti di lavoro – spiegava Renzi il 13 agosto 2014 a Milano, invitando la minoranza Pd a scendere dalle barricate – e faremo in modo che avvenga riscrivendo tutti insieme lo Statuto dei lavoratori”. Esattamente ciò che diceva Berlusconi quando 13 anni fa intraprese la propria crociata: “Con le nuove misure previste, le piccole aziende possono aumentare i loro posti di lavoro”, assicurava l’allora premier parlando con i cronisti a Portofino il 6 aprile 2002.

Renzi: “Pd non sa comunicare”. Lo diceva anche B. di Forza Italia
Come Berlusconi, Renzi si rivolge direttamente agli italiani. Il Cavaliere lo faceva parlando in diretta tv a reti unificate o inviando i propri interventi in solitaria ai tg della sera. Da parte sua l’ex sindaco di Firenze confeziona videomessaggi e li affida a internet, confidando sull’effetto moltiplicatore delle reti sociali. Ferma restando in entrambi i casi un’assidua frequentazione degli studi televisivi. Che pare non bastare. “Noi siamo dei caproni a comunicare – si lamentava Renzi durante la cena con gli imprenditori del 7 novembre 2014 – stiamo
perdendo l’occasione per dire davvero tutto quello che stiamo facendo anche sul fronte della delega fiscale”. Per rimediare, il 7 luglio ha riunito i suoi parlamentari al Nazareno per insegnare loro come si parla davanti alle telecamere. Lo stesso difetto, secondo B., affliggeva anche anche Forza Italia. Nonostante il fatto che negli anni al governo il proprietario delle tre reti Mediaset e di una buona fetta della carta stampata controllasse in quanto premier anche i due principali canali della Rai. Il leit motiv ha attraversato i suoi esecutivi: “E’ necessario comunicare il tanto lavoro fatto – sottolineava il padrone di Mediaset il 27 marzo 2002 al Costanzo Show – ci sono tante cose che i cittadini non sanno”. Ripetendo il peana fino al 24 marzo 2010: “Dobbiamo essere più capaci di comunicare. Non è stato poco quello che abbiamo fatto, è stato poco quello che abbiamo comunicato”.

La tendenza all’assoluto: “Sono il migliore”. “Io il più giovane”
Dalle strategie comunicative messe in atto da entrambe le parti ad emergere è soprattutto la figura dei due capi. “Conto di rivedere tutti i codici giuridici e, in primo luogo, quello delle imposte. Nel mio piccolo sarò Giustiniano o Napoleone“, rivelava Berlusconi a Le Figaro in un’intervista del 10 maggio 2001. Altrettanto poco modestamente Renzi annuncia ogni volta che può: “Voglio cambiare l’Italia”. Entrambi sono mossi da una tendenza all’assoluto, specie quando riferita alla propria persona. “Credo di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio dei 150 anni della storia italiana”, sentenziava il Cav il 10 settembre 2009“. Oltre ad essere “in assoluto il maggior perseguitato dalla magistratura di tutta la storia di tutte le epoche del mondo” (9 ottobre 2009) e “il presidente più vincente del calcio mondiale” (1° ottobre 2001). Renzi, in questo caso, arranca: “Sono il più giovane leader che l’Italia abbia mai avuto”, ha detto al New York Times a fine marzo. Ma si riallinea al maestro in quanto a promesse in caso di fallimento: “Se fallisco, chiudo con la politica“, ha promesso il 26 marzo 2014 il premier agli studenti di Scalea. La stessa promessa fatta da Berlusconi nel famoso contratto con gli italiani del 2001 “nel caso che al termine di questi 5 anni di governo almeno 4 su 5 di questi traguardi non fossero stati raggiunti”. Ovviamente è ancora qui.

Meglio il “Berlusconi prima maniera”. Che non parlava di Italicum
A lui piace “il Berlusconi prima maniera”, ha spiegato lo stesso Renzi a Rtl, quello che “parlava delle cose che interessavano gli italiani. Ora anche lui non fa altro che parlare di Italicum, di cose in politichese…”. Ovvero di quelle riforme costituzionali che i due hanno scritto insieme e su cui il premier ha fondato il proprio mandato. Così, con i sondaggi che vedono l’indice di popolarità del governo in costante calo (e in vista del difficile passaggio in Senato del ddl Boschi, che porta molti a vedere come non troppo lontane le elezioni anticipate), il segretario imita il maestro e promette l’abolizione della Tasi. “Via le tasse sulla casa, Renzi è proprio disperato, copia Berlusconi“, lo irrideva Brunetta il 26 agosto ai microfoni del Tg2. Un vezzo che il premier si porta dietro dalla giovinezza: nel 1996 all’oratorio di Rignano, il futuro premier si esibiva in un’imitazione del Cavaliere, all’epoca capo dell’opposizione dopo essere salito per la prima volta a Palazzo Chigi nel 1994. “Ho deciso che qui a Rignano cambieremo tutto, rivoluzioneremoscandiva il giovanissimo Matteo scimmiottando l’inflessione milanese del leader azzurro, nel filmato ritrovato da Striscia la Notizia – porteremo celebrità, il teatro parrocchiale diventerà una sala da 25mila posti, chiameremo tutti i vip. Quanto guadagna al mese lei? Le do il doppio, non si preoccupi”, scherzava quindi con uno spettatore, mettendo in fila i topoi fondamentali del berlusconismo ortodosso. Ma annunciando anche il “cambiamento” e la “rivoluzione“, i due pilastri principali di quella che sarebbe stata la narrazione renziana.