In my country, un film degli anni ‘80, (fortemente voluto da Juliette Binoche, attrice e attivista per i diritti umani) che per primo ha raccontato al mondo l’evoluzione nonviolenta del processo post apartheid in Sudafrica.

Guidata, prima dal carcere e poi da uomo libero dopo decenni di carcerazione, da Nelson Mandela, la fine della segregazione e delle ingiustizie esercitate sulla popolazione di colore da ampie porzioni di minoranza bianca poteva determinare lo scoppio della violenza da parte dei neri sui bianchi: una reazione sbagliata ma attesa, che invece non ci fu.

La strada scelta dalla gente nera, prima ancora che dal nuovo governo, (e questo fa la differenza), fu quella della riconciliazione pacifica attraverso l’istituzione di tribunali pubblici aperti, nei quali i carnefici erano non solo obbligati a incontrare le vittime delle loro violenze (o gli eredi, purtroppo frequentemente), a ripercorrere le loro azioni e le conseguenze di queste, ma il tribunale comminava, in risarcimento dei soprusi, pene che obbligavano per la vita a riparare, al massimo grado possibile, i torti inflitti. Questa pratica, studiata insieme a quella nonviolenta delle Donne in nero, che hanno opposto, nella relazione tra ‘nemiche’ israeliane e palestinesi, la logica dell’empatia del sangue a quella dell’odio e della legge del taglione, non è molto nota.

Sappiamo tutto dell’Isis e dei suoi mortali portavoce, mentre ignoriamo fenomeni politici collettivi della storia recente che donne e uomini hanno costruito per riconoscere, affrontare e risolvere i conflitti prima che questi si trasformassero in fiumi di sangue, morte e dolore.

Ho pensato al film e alla rivoluzionaria funzione non solo riparatoria, ma anche maieutica per il futuro, della pratica relazionale nonviolenta quando, nei giorni scorsi, a Genova un uomo, eterosessuale ma scambiato per gay, è stato prima insultato, poi aggredito e infine picchiato da un gruppo di giovani sull’autobus, tra cui almeno una ragazza, che sarebbe stata l’iniziatrice dell’aggressione.

Le percosse sono state così violente che la vittima, per fortuna ora fuori pericolo di vita, è stata messa in coma farmacologico. Le associazioni lgbt hanno promosso volantinaggi e la reazione della città, nonostante l’afa d’agosto, è stata di solidarietà per l’aggredito e di sdegno per l’accaduto.

Il fatto mi ha colpito in modo particolare perché il branco era misto, e perché la frase, scintilla della furia, è stata pronunciata da una giovane donna. Sembra che lei abbia aggredito verbalmente l’uomo perché guardava il suo fidanzato: il repertorio classico di insulti omofobi “Frocio di merda” con il condimento del trasversale intercalare del bullismo “Cazzo hai da guardare“. Un comportamento che solitamente è appannaggio dei maschi violenti.

Tenere gli occhi bassi, occupare poco spazio, chiedere il permesso per parlare, per esistere come essere umano: così le donne dovevano vivere secondo il patriarcato prima del femminismo e della trasformazione della cultura, della legge e della società. Così le donne vivono ancora in molte parti del mondo.

La mentalità segregazionista, escludente, violenta assunta dalla giovane donna per vessare un uomo che evidentemente non incarnava ai suoi occhi il modello di maschio alfa è un problema culturale serio. Se, come sembra, l’età media del branco non supera i 30 anni, siamo davanti al prodotto, non marginale, dalla cultura spazzatura dei reality, nutrimento quasi unico di una parte considerevole delle giovani generazioni italiane. Trasmissioni tv e serie web sempre più volgari e vuote, dove il sapere, la relazione, l’empatia, la curiosità sono diventare caratteristiche umane obsolete soppiantate dalla dittatura del testosterone (paradossalmente supportata e incarnata anche da molte femmine) che prevede transazioni al posto di relazioni, pornografia al posto della sessualità, suprematismo e violenza come unico linguaggio e paradigma.

E’ una china che deve preoccupare seriamente: la cultura della legge della giungla è tracimata nella famiglia, s’impara a scuola, si respira nel mondo del lavoro, dilaga in tv, social ed è per strada.

Da questo punto di vista davvero occorre far presto, e moltiplicare gli sforzi, anche in assenza di denaro e supporto, per produrre occasioni di confronto, relazione, informazione, dibattito con le giovani generazioni, fuori dalla virtualità che rischia di annullare il corpo e le emozioni. In Italia ci sono sindaci fondamentalisti che bandiscono libri perché parlano d’amore tra persone dello stesso sesso, c’è un governo che ritiene inutile il ministero delle Pari Opportunità, nelle scuole è sempre più difficile organizzare formazione sui sentimenti e sulla differenza perché si incappa nell’ostracismo delle sentinelle in piedi.

Mi auguro che il branco venga identificato, fermato e punito. Ma sarebbe importante che le picchiatrici e i picchiatori di Genova fossero obbligati a incontrare “froci di merda” e altri tipi di umanità così lontana dal loro mondo ristretto, ignorante e misero. Solo la conoscenza, il sapere e la relazione possono vincere sulla violenza.