A Napoli il Pride è spaccato in due: torna l’Arrevutamm in protesta su sponsor pro Israele e per difendere i diritti delle persone trans
A Napoli il Pride non è più uno solo. Per il secondo anno consecutivo, accanto alla manifestazione ufficiale che il 27 giugno celebra i trent’anni dalla prima parata cittadina, sfilerà il 20 giugno anche Arrevutamm Pride, nato dalla rottura con il coordinamento storico e con Antinoo Arcigay Napoli. Una divisione che va oltre le dinamiche organizzative e racconta due idee diverse di cosa debba essere oggi un Pride: da una parte un modello sempre più istituzionale, sostenuto da sponsor; dall’altra un Pride che si definisce aperto, transfemminista, queer e anticapitalista, che rivendica il conflitto come elemento fondativo e che intreccia le rivendicazioni LGBTQIA+ con quelle per la Palestina, il diritto alla casa, alla salute e al lavoro. “Arrevutamm Pride nasce un anno e mezzo fa ed è arrivato alla sua seconda edizione”, racconta al ilfattoquotidiano.it Francesco Solino di Arrevutamm pride. “Nasce dopo tutti i casini che ci furono attorno al Pride del 2024 e del 2025. L’organizzazione decise di non interrompere i rapporti con sponsor che finanziano Israele e il genocidio palestinese e in generale di mantenere relazioni con soggetti che avevano legami con Israele . Ma quella vicenda si sommava a oltre dieci anni di tentativi di cambiare il Napoli Pride dall’interno, attraversarlo, provare a modificarne le modalità di gestione. Tentativi che non hanno portato a nulla”.
Secondo Solino, la questione palestinese rappresenta soltanto uno dei nodi che hanno portato alla rottura. “Non è un luogo realmente aperto. C’è un uomo solo al comando e non è dato sapere né quanti siano i fondi né come vengano gestiti. Solo un ristretto cerchio di persone è autorizzato a sapere”. Accuse che si accompagnano a quelle sulla rappresentanza delle persone trans e sulle modalità di costruzione del coordinamento. “L’anno scorso era stato chiesto un cambio di passo, ma non è avvenuto. Il coordinamento si è ricostituito con le stesse modalità e senza superare le difficoltà esistenti. Hanno provato a presentarsi con una veste più radicale, ma senza modificare davvero il metodo e continuando ad avere persone dichiaratamente transofobiche”. Dopo il Pride del 2025, spiegano gli organizzatori di Arrevutamm, il coordinamento storico si sarebbe progressivamente svuotato, mentre attorno al nuovo percorso si sarebbero raccolte realtà associative, collettivi e attivisti che non si sentivano più rappresentati. “Lo scorso anno abbiamo portato in piazza tutte le persone che non si sentivano più rappresentate. Quest’anno abbiamo raccolto il sostegno di moltissime realtà che avevano fatto parte del Napoli Pride e che non si riconoscevano più in quel percorso. Abbiamo ricevuto sostegno da gruppi politici, sindacati, collettivi e anche da diverse realtà di Arcigay nazionale. Tra queste la federazione di Caserta, che è stata tra le prime a sostenerci”.
Ma il punto centrale, per Solino, riguarda il significato stesso del Pride. “Per noi il Pride è una giornata di lotta e di protesta. Deve essere gioiosa, ma non può ridursi a una festa perché non c’è nulla da festeggiare. La comunità chiede avanzamenti materiali, chiede diritti. Ci sono persone che non sanno come accedere alle cure, che hanno difficoltà ad affrontare i percorsi di affermazione di genere, che vivono discriminazioni sul lavoro o problemi abitativi. Se il Pride non parla di queste cose perde il suo senso”. Una critica che si allarga al modello di manifestazione adottato negli ultimi anni da molte grandi città. “Sono Pride fatti per gli sponsor e non per la comunità. Si continua a costruire eventi attorno ai palchi, ai testimonial e alle sponsorizzazioni, mentre le richieste che arrivano dalla comunità restano le stesse. Noi crediamo che il Pride debba tornare a essere uno strumento per pretendere diritti, non una vetrina”. Da qui l’idea di costruire un percorso autonomo fondato su un manifesto politico. “L’anno scorso abbiamo scritto un manifesto fondativo che definisse il senso di questo Pride. Vogliamo riportare al centro un Pride transfemminista, queer, anticapitalista. Un Pride che non passi sui corpi e sulle identità di nessuno, che non chieda elemosina di privilegi ma pretenda diritti, che non accetti l’oppressione di altri popoli e che tenga insieme tutte le soggettività marginalizzate”.
Il Comitato Napoli Pride respinge però le accuse avanzate da Arrevutamm. In una nota diffusa dopo le polemiche, il coordinamento parla di “informazioni non veritiere, semplificazioni strumentali e narrazioni distorte” e difende il proprio percorso politico. Il Comitato rivendica una piattaforma “transfemminista, antifascista, antirazzista, antimilitarista e intersezionale”, sottolineando il lavoro svolto da associazioni come Antinoo Arcigay Napoli, ALFI Le Maree, Pride Vesuvio, ATN e Coordinamento Campania Rainbow. Quanto alle accuse di conservatorismo e scarsa attenzione alle istanze trans e palestinesi, il Napoli Pride le definisce una rappresentazione “che non trova riscontro nei testi e nelle posizioni politiche espresse”, ribadendo il proprio impegno, “contro ogni forma di discriminazione e il sostegno ai principi di pace e autodeterminazione dei popoli”.
Gli organizzatori di Arrevutamm respingono però la definizione di “contro Pride”. “Non vogliamo sostituirci al Napoli Pride e non vogliamo sostituirci ad Arcigay Napoli. Vogliamo cambiare il metodo. Crediamo nella partecipazione attiva di tutte e tutti. Non raccogliamo adesioni formali: chiunque può partecipare alle assemblee permanenti e contribuire alla costruzione del percorso. Per noi il Pride deve essere realmente costruito dal basso”. Una frattura che arriva proprio nell’anno in cui il Napoli Pride rivendica il trentesimo anniversario della prima manifestazione cittadina e che racconta una tensione presente in molte realtà italiane: quella tra l’istituzionalizzazione dei Pride, diventati negli anni grandi eventi pubblici capaci di attrarre sponsor e una parte del movimento che rivendica invece il carattere originariamente conflittuale delle mobilitazioni LGBTQIA+, chiedendo che il Pride torni a essere soprattutto uno spazio di lotta politica e sociale.