Scrivo questi appunti per continuare la riflessione sul cosiddetto complottismo, materia tanto infinita quanto fondata su diversi equivoci semantici, che non è possibile qui sceverare (cosa che farò in un post successivo).

Ma torno sull’argomento per rivolgermi ai molti – moltissimi ormai – che non cessano di arrovellarsi attorno alla pratica impossibilità di una serena discussione attorno, per esempio, a ciò che davvero accadde l’11 settembre 2001.

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Quelli, come me, che se ne sono occupati a fondo, sanno, ormai da tempo, come sono andate le cose. Per meglio dire: sanno, con completa e dimostrabile certezza, che le cose non andarono affatto come ci fu raccontato dal governo americano e dai media mainstream all’unanimità. Sanno anche che la quasi totalità del pubblico occidentale crede tuttora a quella completa falsificazione, riassunta nella credenza che le torri cadute in quella giornata furono due, e non tre.

Aumenta il numero degli scettici, questo è vero. Ma aumenta anche il tempo trascorso, che ormai fa sì che la nuova generazione di quella questione non solo non sa nulla, ma nemmeno sa che essa sia mai esistita

Dunque dobbiamo essere realisti: continuare a spaccare il capello in quattro, cercare nuovi argomenti, nuove prove fattuali della falsità della versione ufficiale (il “9/11 Commission Report), è tempo perduto.

Significa questo che abbiamo perduto tempo? Niente affatto, io penso. Il lavoro svolto è stato prezioso. Per esempio il sommario – o enciclopedia dell’11 settembre  (si trova su pandoratv.it) realizzato da Massimo Mazzucco; il lavoro di David Ray Griffin; la ricerca collettiva del panel di Consensus911.org; la straordinaria abnegazione di Richard Gage, con il suo “Architects and Engineers for 9/11 Truth”, e potrei cotinuare a lungo questo elenco, resteranno nella storia politica del XXI secolo come prova della resistenza degli uomini liberi di fronte agl’inganni del Potere.

E tuttavia io penso che si debba modificare il bersaglio e aggiustare la mira. In che senso? Concentrando ora tutti i nostri sforzi per dimostrare l’attualità dell’11 settembre. Cioè per spiegare ciò che sta accadendo ora, in questi momenti. Cioè ancora: per mostrare che, se non vi fosse stato l’11 settembre, e se non fosse prevalsa la sua falsa interpretazione, noi tutti non saremmo nei guai in cui invece ci troviamo.

In altri termini: centrare l’attenzione dei diversi movimenti sulla risposta politica da dare alla “guerra infinita” che gli autori dell’11 settembre dichiararono e continuano a dichiarare all’umanità intera.

Per quanto concerne le difficoltà che abbiamo incontrato in questi 14 anni nello spiegare l’ovvio al colto e all’inclita, mi sono imbattuto recentemente in un’acutissima riflessione di Gregory Bateson (“Verso un’ecologia della mente”, Adelphi 1977 pagg 468-469). Riflessione che qui proporrò adesso e che mi ha fatto venire alla mente, tra l’altro, lo “strano” (allora così mi parve) agnosticismo in materia di uno straordinario protagonista della cultura moderna come Noam Chomsky.

Il quale decise di “non occuparsi dell’11 settembre”. Pensai e penso che avesse torto. Ma adesso capisco meglio il suo rifiuto di semiologo. In quella strana e triste decisione di non occuparsene c’era evidentemente la convinzione che, comunque fossero andate le cose, sarebbe stato impossibile venirne a capo. Nessuno meglio di lui poteva sapere che lo squilibrio delle forze a nostro svantaggio sarebbe stato incolmabile. In ogni caso ogni sforzo sarebbe diventato fruttuoso solo oltre il brevissimo tempo in cui si consumerà la crisi epocale del nostro mondo e dell’ecosistema in cui è inscritto anche l’11 settembre. In questo ebbe ragione.

E veniamo dunque alle idee di Gregory Bateson che hanno attratto la mia attenzione e che qui ripropongo. Hanno anch’esse a vedere con la sopravvivenza della specie, come quella della pace e della guerra.

Qualcuno può trovare molto difficile – scrive Bateson – vedere ciò che è ovvio. Questo accade perché le persone sono sistemi autocorrettivi: essi sono autocorrettivi nei confronti di ciò che disturba, e se la cosa ovvia non è di un genere che essi possono facilmente assimilare senza fastidio interiore, i loro meccanismi autocorrettivi si attiveranno per metterla da parte, per nasconderla, addirittura fino al punto di far loro chiudere gli occhi, se necessario”.

E’ quello che succede alla maggioranza e non solo per faccende di grande impatto come l’11 settembre . Cioè quasi a tutti. Anche a Umberto Eco.