L’ultimo tentativo di mascherare il disastro diplomatico sulla Grecia risale a domenica notte: un’operazione di propaganda più che di sostanza, un “piano di mediazione” italiano tra Atene e creditori elaborato a Roma, un piano che non esiste, ma che il portavoce del premier Matteo Renzi, Filippo Sensi, era pronto a far uscire sulla stampa tramite i soliti giornali sensibili. Ma il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha consigliato prudenza. L’iniziativa italiana si è ridotta a un sms di Renzi alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Risultato: l’incontro a Berlino di mercoledì in cui il premier si è schierato con la Germania contro la Grecia che deve seguire “la via maestra delle riforme”.

Per capire l’assenza dell’Italia dalla gestione del caso greco bisogna risalire a giugno scorso e al peccato originale: sacrificare tutto alla conquista della poltrona di Alto rappresentante per la politica estera per Federica Mogherini. All’inizio del semestre di presidenza italiano dell’Unione, un anno fa, Renzi è il capofila degli anti-rigoristi. Vuole cambiare i trattati, rivedere il Fiscal Compact, far pesare il suo 40,8 per cento alle elezioni europee per allentare i vincoli contabili che soffocano anche l’Italia. Fin dal debutto all’Europarlamento, con lo scontro col tedesco Manfred Weber, capogruppo dei Popolari, si capisce che la strada è impervia. Renzi sceglie di usare tutto il peso diplomatico nella partita delle poltrone post-elettorali, il ministro Padoan lavora per interpretare nel modo più flessibile possibile le regole di bilancio esistenti. Il premier blocca sul nascere il piano che poteva portare il suo predecessore Enrico Letta alla guida del Consiglio europeo e minaccia di paralizzare tutto se non ottiene quello della politica estera per Federica Mogherini. Eppure era chiaro che – tra Isis, Russia e migranti – all’Italia sarebbero venuti più problemi che onori. Ma il premier è deciso.

Dei tentativi di prendere la guida del fronte anti-austerità resta una foto alla festa dell’Unità a Bologna in settembre, l’illusione che stesse nascendo una nuova sinistra europea centrata su Renzi, il francese Manuel Valls e lo spagnolo Pedro Sanchez. Ma l’Italia non riesce a guidare l’azione europea su nessuno dei dossier che la vedono coinvolta: è il Paese con il miglior rapporto con la Russia di Vladimir Putin, ma non partecipa alla gestione della crisi Ucraina; è di fronte alla Libia però, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, non si capisce quale sia la ricetta italiana per tenere compatto il Paese di fronte all’avanzata del sedicente Stato islamico; è lo Stato mediterraneo ad alto debito con il governo più forte, ma subisce perfino l’umiliazione della Commissione europea che pubblica la comunicazione sulla flessibilità di bilancio (frutto anche dell’azione del governo italiano) poche ore dopo la fine della presidenza di turno di Roma.

Con input confusi da palazzo Chigi, la squadra europea di Renzi risulta poco efficace: Sandro Gozi, il sottosegretario per gli Affari europei fa quel che può, il viceministro dello Sviluppo Carlo Calenda segue i negoziati commerciali, il consigliere diplomatico Armando Varricchio si muove da sherpa. L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano capisce le difficoltà di Renzi e gli affianca il suo ex consigliere Marco Piantini, che ha lavorato al Quirinale negli ultimi dieci anni.

Ma a Bruxelles i risultati sono deboli: l’ambasciatore presso le istituzioni europee, Stefano Sannino, si è messo in corsa per la poltrona decisiva, quella di segretario generale della Commissione, ma non c’è un progetto diplomatico solido e vince l’olandese Alexander Italianer. L’unico capo di gabinetto ottenuto dall’Italia è quello della Mogherini, Stefano Manservisi. Resta direttore generale della potentissima direzione Economia e Finanza Marco Buti, che però è in quota europea (per non dire tedesca), non certo italiana.

Sulla Grecia gli imbarazzi cominciano a gennaio, quando palazzo Chigi smentisce le congratulazioni a Tsipras dopo la vittoria. A febbraio il premier greco viene a Roma, Renzi si limita a regalargli una cravatta, gadget avanzato dalla presidenza Ue, ma non offre sponde. Poi Roma scompare dal negoziato. La spiegazione che offrono a Bruxelles è questa: l’Italia conta qualcosa soltanto quando è alleata della Francia, le tensioni sui migranti (con i confini chiusi a Ventimiglia) impediscono un asse Parigi-Roma.

A maggio l’Italia prova a trovarsi uno spazio, ma è proprio Tsipras a far arrivare il messaggio che un impegno non è gradito. Se torna in gioco l’Italia, anche la Spagna vorrà dire la sua. E in questo momento Madrid è la capitale più ostile ad Atene, perché il premier Mariano Rajoy vuole evitare che un successo di Tsipras favorisca gli anti-austerità di Podemos alle elezioni di novembre. E così l’Italia si rassegna all’irrilevanza, Renzi si consola con l’idea che, a livello personale, c’è una certa chimica con Angela Merkel. Il fatto che questa affinità non produca risultati concreti sembra lasciare indifferente palazzo Chigi.

Il Fatto Quotidiano, 4 luglio 2015