Voglia di sterzare da un lato, spinta a tenaglia dall’altro. Alexis Tsipras in queste ore deve tenere d’occhio un doppio fronte. Se gli attacchi da parte dei falchi di Bruxelles erano (e sono) nel novero delle cose, è in casa propria che inizia a riscontrare dei cedimenti: di strategia e di opportunità. Che rendono la marcia di avvicinamento al referendum di domenica irta di ostacoli, mettendo addirittura in forse – sino alla fine – la celebrazione dello stesso, su cui ieri sera il popolo del sì è sceso a manifestare in piazza Syntagma

Non sono solo il leader dell’Eurogruppo Djsselbloem o l’arcigno ministro delle finanze tedesco Schaeuble le spine nel fianco del 39enne ingegnere, capace di portare Syriza dal 3% del 2011 al 36 di quattro mesi fa, ma si sta aprendo anche un doppio e pericoloso fronte interno. L’ultima crepa, in ordine di tempo, porta il sigillo di uno che nel governo conta parecchio, anche perché economista noto al palcoscenico internazionale e, proprio per questo, voluto dal premier come suo vice. Iannis Dragasakis, il volto conciliante contrapposto alle entrate a gamba tesa dell’estroso (ma sostenuto dalla gente ellenica) Varoufakis, a tarda notte ha consigliato Tsipras: accetti vivamente le proposte dei creditori internazionali. Sulla tv pubblica Ert, appena riaperta dopo il black out imposto dalla troika, ha lasciato intendere che il governo “potrebbe decidere un’altra cosa” rispetto al referendum previsto per il 5 luglio. Ma solo in caso di un accordo last minute con il Brussels group. Quello stesso che sembrava più vicino dopo le rotture della settimana precedente.

Una bomba lanciata nel mezzo della navigazione a vista con cui Syriza pare procedere. Proprio nel partito di governo serpeggerebbero i malumori: non più blocco granitico contro austerità e memorandum, ma percezioni differenti, di chi magari pensa al proprio scranno futuro. Come quelle del ministro dell’informazione Nikos Pappas, che secondo fonti giornalistiche greche avrebbe alzato un muro verso Varoufakis, reo di aver “combinato un pasticcio”. “Vicino a quello lì non mi siedo”, avrebbe detto Pappas ieri a pochi secondi dal gabinetto di emergenza convocato da Tsipras per valutare l’ultima ciambella di salvataggio lanciata nell’Egeo da Juncker. Integralisti fino in fondo invece i trenta deputati che compongono la pattuglia dei syrizei della prima ora: nessun passo indietro, è il mantra del correntone che fa capo al ministro dell’Energia Lafazanis.

Il secondo fronte che fa alzare a dismisura la temperatura nel primo esecutivo di sinistra della storia ellenica, è relativo alle prossime mosse del Capo dello Stato. Il conservatore Procopios Pavlopoulos, da una vita in Nea Dimokratia degli ex premier Karamanlis e Samaras, è stato eletto lo scorso febbraio al posto del partigiano Karolos Papoulias. E negli ultimi giorni ha fatto trapelare, ovviamente, nessuna posizione ufficiale sul referendum di domenica, ma la vulgata che “non sarò mai presidente di una Grecia fuori dall’Ue”. Alimentando in questo modo l’altra (suggestiva) ipotesi che lo vorrebbe dimissionario a sorpresa nelle prossime ore, pur di far sciogliere il Parlamento, andare alle urne anticipate: o meglio, a un governo di larghe intese guidato dal giornalista Stavros Theodorakis, bissando quelli pro troika di Papademos, Samaras e Venizelos. Ed evitare così il salto (per tutti) nel buio del referendum.

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