La cattolicissima Irlanda che il 23 maggio votava “sì” al referendum sui matrimoni gay con una vittoria per niente scontata dimostrando così di essere una società aperta e davvero democratica, si trova in questi giorni al centro di una campagna di denuncia di Amnesty International dal titolo My Body, My Rights, nata precedentemente per contrastare i tentativi dei governi di controllare e criminalizzare le donne.

Nel rapporto “Lei non è una criminale. Gli effetti della legge sull’aborto in Irlanda”, l’Organizzazione non governativa documenta casi drammatici di donne incinte alle quali le autorità – per effetto di un emendamento costituzionale del 1983 – hanno negato le cure mediche opportune per dare priorità alla vita del feto. Testimonianze di donne che, nonostante un aborto spontaneo, sono state costrette a tenere nell’utero per settimane un feto morto, nella vana attesa di ricevere le cure necessarie.

“I diritti umani delle donne e delle ragazze sono violati su base quotidiana a causa di una Costituzione che le tratta come recipienti” – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. Tratta le donne come recipienti, piuttosto che essere senzienti, diremmo noi. D’altra parte, nel Medioevo, la Chiesa ha discusso ampiamente sul fatto che le donne avessero o no un’anima.

Solo pochi mesi fa, in materia di aborto e contraccezione il Parlamento europeo ha approvato la mozione Tarabella, consentendo tuttavia che il corpo delle donne resti ancora terreno di scontro e oggetto di contrattazione politica. In Irlanda, Paese che porta scritto nella Costituzione il divieto di abortire, tale scelta è un reato punibile con pene detentive fino a 14 anni. A luglio 2013 – dopo giorni di manifestazioni a seguito della morte di una donna alla quale era stato negato l’aborto per motivi di salute – è stata approvata una legge per l’interruzione di gravidanza nel caso in cui fosse a rischio la vita della donna: non lo prevede in caso di stupro, di incesto o di anomalie del feto. In questo modo l’Irlanda costringe in media quattromila donne ogni anno ad andare ad abortire all’estero. Per tutte le altre che non possono permettersi di varcare i confini, costrette a provvedere da sole, c’è sofferenza e spesso morte, perché a causa delle leggi vigenti che hanno creato un clima di paura, non possono rivolgersi a un medico, che può essere accusato di sostenere e promuovere l’aborto se spiegasse a una donna come cercare le cure di cui ha bisogno, reato che comporta una multa fino a 4.000 euro.

In Italia, la legge 194 sull’interruzione di gravidanza è sotto attacco da anni. Con un elevato numero di medici obiettori di coscienza che cresce sempre più, abortire diventa una corsa ad ostacoli. Il 17 novembre dello scorso anno, al Policlinico Umberto I di Roma, al reparto preposto alla interruzione di gravidanza è comparso un avviso con scritto che le prenotazioni erano “temporaneamente sospese”. La verità era che l’unico medico disposto a praticare la igv era andato in pensione: tutti gli altri erano obiettori di coscienza. Come non ricordare la storia di Valentina, la giovane romana costretta ad abortire nel bagno dell’ospedale con accanto solo il marito.

In Spagna, a febbraio 2014, a seguito del progetto di riforma della legge sull’aborto – progetto proposto dal governo Rajoy che avrebbe modificato in modo restrittivo la possibilità d’interrompere la gravidanza solo ai casi di violenza sessuale o malformazione grave del feto, riforma poi ritirata a settembre dello stesso anno – le donne sono scese in piazza per giorni, e al clou delle manifestazioni, in varie città del Paese si sono recate negli uffici del Registro di proprietà per registrare i propri corpi e rivendicare così il diritto all’autodeterminazione.

Lo Stato non può limitare un diritto e deve altresì dare assistenza sanitaria, altrimenti la questione sarà sempre discriminatoria, tra donne economicamente in grado di trovare un modus e donne povere costrette a mezzi di fortuna con esiti spesso drammatici. L’aborto è sempre una violenza, una ferita profonda che la donna subisce quando un figlio è la cosa peggiore che possa capitarle in quel momento.

“L’Irlanda deve modificare la Costituzione e abolire la disposizione relativa alla protezione del feto. Deve farlo con urgenza, perché le norme in vigore mettono a rischio ogni giorno la vita delle donne e delle ragazze”: sono le parole con cui ha Colm O’Gorman, direttore generale di Amnesty International, ha concluso il suo appello.