“Se dovessero esserci le prove che la Russia e il Qatar si sono aggiudicati i Mondiali di calcio perché si sono comprati i voti, allora quell’assegnazione è da non ritenersi più valida”. Parlando al quotidiano svizzero Sonntagszeitung, il presidente del Audit and Compliance Committee della Fifa, l’italo svizzero Domenico Scala che da qui al prossimo congresso è l’incaricato da Blatter per portare avanti la baracca, per la prima volta mette in discussione il Mondiale di Russia 2018. Il tutto mentre al G7 che si tiene a Elmau, nelle Alpi bavaresi, il presidente statunitense Obama e la cancelliera tedesca Merkel annunciano “fermezza” contro Putin e annunciano che potrebbero rinnovare le sanzioni economiche alla Russia. Dopo la reazione di Putin alle inchieste del Fbi sulla Fifa come “un’indebita ingerenza americana”, ecco che si delineano i contorni di questa nuova Cold War di cui il pallone diventa suo malgrado simbolo. Il calcio come la prosecuzione della politica con altri mezzi.

Per i Mondiali del 2018 Putin aveva pensato di fare le cose in grande e dopo che le Olimpiadi Invernali di Sochi 2012 erano diventate le più costose della storia, così anche la manifestazione calcistica si appresta a battere tutti i record. Il budget iniziale di 8 miliardi è presto triplicato, e nonostante la crisi abbia convinto il Comitato Organizzatore a tagliare sulla costruzione degli stadi (scesi a 11, di cui 8 costruiti ex novo, rispetto ai 14 previsti), sulle infrastrutture e perfino sugli alberghi superlusso, il budget dovrebbe superare ampiamente quello destinato dal governo brasiliano a Brasile 2014: un fallimento economico di cui il paese latino americano subirà a lungo le conseguenze. La perdita dei Mondiali sarebbe quindi per Putin un doppio schiaffo: economico e anche simbolico, data l’importanza assunta negli ultimi anni dai grandi eventi sportivi come la miglior dimostrazione di geometrica potenza che un paese può offrire su scala globale.

La prima guerra del calcio, raccontata mirabilmente da Ryszard Kapuscinski, scoppia nel 1969 tra El Salvador e Honduras. Le ragioni sono di confini e territori agricoli, ma la scintilla che fa esplodere il conflitto è la partita tra le due nazionali per qualificarsi ai Mondiali di Messico 1970. Lo stesso accade vent’anni dopo, e a raccontarlo benissimo è Ivan Colovic, durante gli scontri nella partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa che degenerano nel conflitto jugoslavo. Anche qui ovviamente le motivazioni sono altre, e il calcio un pretesto più o meno consapevole. Da allora però il concetto di guerra si è evoluto, e sono mutati i parametri del conflitto, così se nei casi precedenti uno “scontro” in campo preludeva a un vero e proprio conflitto nelle strade, oggi che la guerra è di quarta generazione anche la guerra che nasce dal calcio si svolge negli uffici della finanza globale. E un caso di corruzione generalizzata in una multinazionale da 5,7 miliardi in quattro anni di fatturato come la Fifa non è più una questione privata, ma terreno di scontro geopolitico.

Intanto l’inchiesta del Fbi procede, e il cerchio si stringe sempre di più intorno a Blatter. La pistola fumante è sempre l’oramai famosa tangente da 10milioni di dollari pagata nel 2008 attraverso la Fifa dalla federcalcio sudafricana (Safa) a Jack Warner (potentissimo boss della confederazione centro e nord americana Concacaf, uno degli arrestati del 28 maggio) per ringraziare di aver fatto votare il Sudafrica come ospite dei Mondiali 2010. Se la settimana scorsa era emersa una mail del 2007 indirizzata a Jerome Valcke, Segretario Generale della Fifa e numero due di Blatter, che aveva portato alle dimissioni del presidente appena rieletto per la quinta volta. Ieri il Sunday Times ha pubblicato un’altra mail, questa volta spedita da Valcke, in cui si parla della mazzetta da 10 milioni e si precisa “come discusso con il nostro Presidente”, ovvero Sepp Blatter in persona. All’ombra della Guerra Fredda il pallone si sta sgonfiando sempre più.

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