“In Russia il fenomeno della corruzione ha toccato livelli macroeconomici”. A dirlo non è un funzionario bacchettone del Comitato olimpico internazionale, ma Vladimir Potanin, un oligarca russo, tra i principali promotori delle Olimpiadi invernali che prenderanno il via a Sochi settimana prossima. Qualche settimana fa Gian Franco Kasper, membro del Cio, aveva detto, a proposito dei giochi ospitati dalla città sul Mar Nero, che “un terzo di tutti i fondi investiti” si disperde a causa della corruzione. Ora il miliardario russo appassionato di sci, che ha caldeggiato l’idea delle Olimpiadi di Sochi ancora prima che Vladimir Putin approvasse il progetto, rischia di perdere circa 700 milioni di dollari nella bolla olimpica. Lo confessa nell’intervista all’edizione russa di Forbes togliendosi qualche sassolino dalla scarpa.

I “campioni nella gara di corruzione” secondo Alexei Navalny
Per il proprietario della holding Interros a cui la società statale Olimpstroj creata ad hoc per le Olimpiadi ha appaltato la realizzazione di Roza Khutor, complesso sciistico a Krasnaja Poljana, il fallimento economico del progetto dipende non solo dalla corruzione, ma anche dai costi che sono lievitati, visto che molte voci di preventivo “sono state tirate fuori dal nulla”. Anche se Potanin stesso non sembra essere esente da sospetti. Almeno a quanto sostiene l’oppositore russo e blogger Alexei Navalny, che ha incluso l’oligarca nella rubrica “campioni nella gara a più prove di corruzione” sul sito multimediale dedicato alla mala gestione delle Olimpiadi appena lanciato dalla sua Fondazione per la lotta alla corruzione.

Navalny accusa le autorità e soprattutto il presidente Vladimir Putin di aver tentato di manipolare le cifre sui costi dei giochi. Per Putin, infatti, ammontano a 214 miliardi di rubli (7 miliardi di dollari circa), dato addirittura inferiore di 100 miliardi di rubli (3,3 miliardi di dollari) rispetto al primissimo preventivo. Mentre, per il blogger, dobbiamo parlare di 1.500 miliardi di rubli (50 miliardi di dollari, dieci volti in più delle Olimpiadi di Torino del 2006). Il nodo della questione è se considerare come spese relative alle Olimpiadi solo quelle che riguardano strettamente gli impianti sportivi – come vuole fare Putin – oppure se sono da includere anche i capitoli “infrastrutture” e “sviluppo territoriale”, come sostiene Navalny. Non c’è chiarezza neanche su come si suddividono i costi delle Olimpiadi tra lo Stato e le strutture parastatali, da una parte, e gli investitori privati, dall’altra.

Il 57% della spesa per le Olimpiadi è stata pagata dallo Stato
Sempre secondo la versione ufficiale, quella del capo del Comitato olimpico russo, Aleksandr Zhukov, i fondi privati ammontano al 60% del totale dei costi delle Olimpiadi. Quadro, questo, che Navalny ribalta totalmente sostenendo che gli investimenti privati nei giochi di Sochi non superano il 4 per cento. Infatti nella torta immaginaria delle spese per le Olimpiadi il pezzo più grosso (il 57%), secondo il blogger, è rappresentato dalla quota di denaro sborsata dallo Stato, con una piccola partecipazione della regione di Krasnodar (che comprende Sochi). Di seguito ci sono società statali (come Gazprom) che hanno iniettato nelle Olimpiadi circa il 30% delle risorse, mentre il 16,6% è rappresentato dai prestiti della banca statale di sviluppo Vnesheconombank (Veb). E soltanto il 3,5%, sempre secondo i dati raccolti dalla fondazione dell’oppositore del Cremlino, proviene dalle tasche dei privati.

Anche su questi dati, c’è chi, come Alexei Venediktov, direttore della radio Ekho Moskvy, si pone come mediatore tra il potere e l’opposizione, insistendo sul fatto che le risorse provenienti dalle compagnie di Stato e dai prestiti della Veb non siano dei contribuenti. I prestiti della Veb, secondo il quotidiano economico Vedomosti, ammontavano fino al 90% delle risorse investite nel cantiere olimpico dai singoli imprenditori. Quando la Russia si è aggiudicata le Olimpiadi nel 2007 c’era grande entusiasmo nel mondo degli affari russo e la banca di Stato emetteva facilmente somme di denaro consistenti. Che ora però saranno difficili da ripagare considerando anche che “la componente macroeconomica” di cui parlava l’oligarca Potanin e che ha contribuito, secondo il blogger, a far sì che quasi tutti gli impianti abbiano un costo ben superiore a quello di strutture analoghe negli altri Paesi.

La ferrovia da 8,8 miliardi dell’imprenditore amico di Putin
Per citarne qualcuno, sempre secondo le stime effettuate dalla fondazione di Navalny, il corridoio infrastrutturale Adler-Krasnaja Poljana, una strada e una ferrovia che portano dal mare alla neve delle montagne del Caucaso lungo circa 48 chilometri, è costato 264 miliardi di rubli (8,8 miliardi di dollari) diventando l’infrastruttura più costosa delle Olimpiadi. La maggior parte della struttura è stata realizzata da una società in cui uno dei soci è l’imprenditore Gennadij Timchenko, vicino a Putin. Secondo la fondazione di Navalny, la tratta è costata 1,9 volte in più rispetto a infrastrutture simili in giro per il mondo. Quanto al Roza Khutor dell’oligarca Potanin, rispetto al preventivo iniziale di 350 milioni di dollari, per la costruzione del complesso sciistico sono stati spesi 2,07 miliardi.

La maggior parte dei fondi (1,67 miliardi) è un prestito della Veb. Insieme ad altri prestiti concessi dalla banca di sviluppo statale agli investitori privati per un totale di 9 miliardi di dollari, quello di Potanin è stato considerato insicuro. Visto che il piano di investimento non ha funzionato come previsto, il complesso frutta poco e per poter ripianare la situazione e non rimetterci i propri soldi l’oligarca con altri compagni di sventura spera di ottenere dallo Stato le agevolazioni sui tassi di interesse fino al 100% e gli sgravi fiscali. Finora sembra che sia stato trovato un accordo tra la Veb e gli imprenditori per congelare i tassi di interesse sul prestito fino al 2015. Una tregua che rimanda il rischio default degli investitori. Se si arrivasse a questo punto però, con il conseguente scoppio della bolla olimpica, a ripianare i buchi nel bilancio della Vnesheconombank, sempre secondo alcune disposizioni governative citate da Navalny, sarà lo Stato, a spese dei contribuenti.