Un giornalista scomparso nel nulla, un’inchiesta depistata dai servizi segreti, una trama che sembra uscita dalla penna di uno scrittore di gialli e un processo che dopo quasi mezzo secolo si chiude senza colpevoli. A quarantacinque anni dalla scomparsa di Mauro De Mauro, la prima sezione penale della corte di Cassazione ha confermato l’assoluzione per l’unico imputato accusato di aver ordinato l’omicidio del giornalista del quotidiano L’Ora di Palermo: il capo dei capi Totò Riina. Rigettato il ricorso della procura di Palermo: Riina è stato assolto per non aver commesso il fatto, la stessa formula già utilizzata dai giudici della corte d’appello e da quelli della corte d’assise.

Alla base dell’assoluzione, ormai definitiva, ci sono le oltre 2.200 pagine di motivazione riempite da Angelo Pellino, giudice a latere del processo di primo grado, depositate nell’agosto del 2012. De Mauro – secondo l’ampia ricostruzione di Pellino – era stato rapito e assassinato perché “si era spinto troppo oltre nella sua ricerca della verità sulle ultime ore di Enrico Mattei (al centro nella foto, ndr) in Sicilia”. La storia della scomparsa del giornalista dell’Ora comincia con l’incarico ricevuto nell’estate del 1970 dal regista Franco Rosi, che vuole realizzare un film sullo storico presidente dell’Eni, morto il 27 ottobre del 1962, quando il piccolo aeroplano sul quale viaggia si schianta al suolo di Bascapè, nei pressi di Pavia. Mattei era decollato da Catania, dopo aver trascorso gli ultimi due giorni di vita in Sicilia: ed è su quei due giorni che deve indagare De Mauro, deve ricostruirli e poi riassumerli in una sorta di sceneggiatura da girare al regista Rosi. Un lavoro ben pagato, che il cronista con un passato oscuro nella Decima Mas accetta volentieri: fa dei sopralluoghi a Gela e a Gagliano Castelferrato, dove si era recato Mattei, intervista e contatta i vari personaggi incontrati dal presidente dell’Eni in Sicilia, si confronta con le sue fonti, e alla fine inserisce la sua sceneggiatura in una busta gialla, che in molti ricordano di avere notato tra le mani di De Mauro fino al giorno stesso della scomparsa.

È in quella busta gialla che è contenuta la verità sull’omicidio Mattei, ucciso non a causa di un incidente, ma da una piccola carica esplosiva piazzata sul Morane Saulnier: solo che quella busta scompare insieme allo stesso De Mauro. “Nella sceneggiatura approntata – scrive sempre il giudice Pellino – dovevano essere contenuti gli elementi salienti che riteneva di avere scoperto a conforto dell’ipotesi dell’attentato. Bisognava agire dunque al più presto, prima che quegli elementi venissero portati a conoscenza di Rosi e divenissero di pubblico dominio”.

Due sono gli uomini fondamentali che si muovono sullo sfondo dell’omicidio De Mauro: uno si chiama Vito Guarrasi, fa l’avvocato, braccio destro dell’allora presidente dell’Eni Eugenio Cefis (che ha preso il posto di Mattei), presente alla firma dell’armistizio con gli Alleati il 3 settembre del 1943, e da allora eminenza grigia di tutti gli affari di Sicilia. È Guarrasi il “Mister X” che, secondo i giornali, è al centro dell’inchiesta della procura di Palermo, quella nata subito dopo la scomparsa di De Mauro: le manette ai suoi polsi però non scatteranno mai, e Guarrasi morirà di vecchiaia nel 1999 nella sua villa di Mondello.

Nel frattempo, infatti, sulle indagini arriva un pesante carico di sabbia: a sganciarlo sarebbe stato Vito Miceli, all’epoca appena nominato al vertice del Sid, il servizio segreto militare, arrivato a Palermo nell’ottobre del ’70 per ordinare l’archiviazione dell’inchiesta. “De Mauro ha detto la cosa giusta all’uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all’uomo giusto”, disse Leonardo Sciascia all’epoca. L’uomo sbagliato era probabilmente il secondo personaggio, che oltre a Guarrasi, gioca un ruolo fondamentale nella scomparsa di De Mauro: si chiama Graziano Verzotto, è un pezzo da novanta della Democrazia Cristiana, spedito in Sicilia a guidare l’Ente Minerario Siciliano, legato ai servizi segreti francesi, coinvolto nell’inchiesta sui fondi neri delle banche di Michele Sindona, compare d’anello del boss Giuseppe Di Cristina. È Verzotto la prima fonte di De Mauro sugli ultimi giorni di Mattei, ma è sempre Verzotto che alla fine si trasformerà nel Giuda del giornalista. “Se Guarrasi è coinvolto nel sequestro di De Mauro, Verzotto lo è due volte di più”, scrivono sempre i giudici nelle motivazioni.

È un doppio gioco sottilissimo e che riesce a reggere per oltre 40 anni quello messo in campo da Verzotto nel 1970: da una parte “si riprometteva di strumentalizzarlo in chiave anti-Cefis”, e dall’altra, invece utilizzava il ruolo di fonte di De Mauro come “un osservatorio privilegiato per orientare la sua inchiesta e indirizzarla con opportuni suggerimenti, secondo la propria convenienza”. Poi Verzotto si accorge che il giornalista “pur fidandosi ancora di lui, era troppo prossimo a scoprire la verità: e a quel punto doveva essere eliminato”. L’esponente della Dc, deceduto nel 2010, “non avrebbe potuto reggere ancora per molto il gioco sottile che lui stesso aveva innescato, cercando di orientare l’indagine di De Mauro nella direzione a sé più conveniente, a cominciare dall’individuazione dei probabili mandanti del complotto”.

È per questo motivo che a un certo punto, secondo i giudici, scatta l’ordine di morte: un’esecuzione eseguita da Cosa Nostra, che però all’epoca non era guidata da Riina. “Il giornalista – scrive sempre Pellino – era giunto troppo vicino a scoprire la verità sul sabotaggio dell’aereo, ipotesi della quale era stato del resto sempre convinto e che, se provata, avrebbe avuto effetti devastanti per i precari equilibri politici generali in un Paese attanagliato da fermenti eversivi e un quadro politico asfittico, incapace di dare risposte alle esigenze di rinnovamento della società e in alcune sue parti tentato da velleità di svolte autoritarie”.

E il 16 settembre del 1970 De Mauro scompare proprio mentre sta rientrando a casa: l’ultima a vederlo è la figlia Franca, che scorge il padre mentre s’infila di nuovo nella sua Bmw blu scuro con tre figuri che lo accompagnano. “Amuninni”, grida uno di loro: andiamo, e di De Mauro si persero per sempre le tracce. Così scompare un cronista a Palermo: nel nulla, insieme a quella verità sull’omicidio Mattei trovata con quarant’anni d’anticipo.  Oggi rimane solo una ricostruzione dai molteplici mandanti, tantissimi pezzi di puzzle sottratti dagli archivi statali e nessun colpevole.

Twitter: @pipitone87