La notizia è ormai nota ed ha fatto in poche ore il giro del web e dei social network: il Tribunale di Milano, accogliendo un ricorso proposto, in via d’urgenza, da una serie di società e cooperative di taxi ha ordinato a Uber – il popolare gestore dell’app che sta rivoluzionando, in tutto il mondo, le regole del trasporto pubblico locale – di sospendere il servizio “Uber Pop”, ovvero quello attraverso il quale mette in contatto chi ha a disposizione una macchina e chi vuole un “passaggio”, per muoversi in città ed è disponibile a pagare, anche se meno di quanto pagherebbe per un taxi.

Secondo il Giudice “l’applicazione informatica in questione ha di fatto consentito la nascita o comunque un improvviso ed esteso ampliamento di comportamenti non consentiti dalla legislazione nazionale” e “la sua predisposizione ed utilizzazione apporta un contributo essenziale e insostituibile allo sviluppo di condotte illecite, idonee ad incidere sul mercato in danno dei soggetti ricorrenti, e dalle quale le stesse resistenti traggono diretti benefici economici”.

Nessun dubbio, pertanto, secondo il Giudice che Uber starebbe facendo concorrenza sleale ai taxi, operando nello stesso mercato, offrendo un servizio, di fatto, fungibile a quello delle centrali dei radio-taxi e soprattutto, praticando tariffe più basse grazie alla circostanza che i “suoi autisti” non sono gravati di tutti gli oneri ed i costi imposti dalla vigente disciplina in capo ai tassisti.

Si potrebbe indugiare in un’analisi degli argomenti di diritto posti a fondamento della decisione e snocciolarne alcuni poco convincenti accanto ad altri in relazione ai quali è difficile criticare le scelte del Giudice che l’ha pronunciata perché la verità è che sarebbe difficile per chiunque giudicare, nel 2015, un fenomeno figlio della rivoluzione digitale e telematica, ritrovandosi, però, costretto ad applicare regole datate 1992 e, quindi, scritte e pensato quando Internet era in ancora in fasce e non era, per questo, ancora diventato il mezzo di comunicazione di massa più potente della storia dell’umanità né l’ecosistema innovativo nel quale, oggi, passiamo gran parte del nostro tempo e nel quale si sviluppano la più parte dei nuovi mercati.

Ed è per questo che si sbaglierebbe a dedicare troppa attenzione alla partita tra le tesi giuridiche contrapposte – pro Uber Pop e contro Uber Pop – che il Tribunale di Milano è stato chiamato ad arbitrare.

Meglio – o, almeno, forse più utile – fare un passo indietro, non perdersi in “chiacchiere” sulla decisione di ieri che è peraltro “provvisoria” e salire in tribuna a caccia di una visione di insieme della partita.

Dagli spalti, probabilmente, un bravo telecronista, in gergo calcistico, la racconterebbe così: finisce 1 a 0, con un rigore segnato dai tassisti, il primo tempo, tra la squadra di casa e Uber; da segnalare il – 1 portato a casa dai cittadini (in particolare milanesi) e dai visitatori dell’Expo di tutto il mondo che si sono visti sfilare da sotto il naso una opzione di mobilità alla quale, in tanti o in pochi, si erano affezionati. Deludente l’arbitraggio dello Stato e dei Sindaci che hanno lasciato fosse un Giudice a segnare il destino del primo tempo senza avvertire riuscire a governare un fenomeno indiscutibilmente innovativo – che se ne condividano o meno gli effetti e che lo si trovi auspicabile o da respingere – con leggi moderne, adeguate e capaci di garantire un equo contemperamento tra gli interessi contrapposti di tutte le squadre in campo.

Perché il vero punto, in questa non originale partita tra vecchi signori del mercato ed ex start up del digitale, cresciute in fretta è che, anche questa volta, si rischia di dimenticarsi che il match non riguarda solo imprenditori vecchi contro imprenditori nuovi ma anche e soprattutto gli utenti le cui esigenze – in questo caso di trasporto – nel 2015, potrebbero trovare soddisfazione attraverso servizi innovativi offerti o, almeno, resi possibili da imprenditori che ieri non c’erano.

Chi, se non lo Stato, è chiamato a prendere le parti di utenti e cittadini ed a scongiurare il rischio che partite che potrebbero cambiare il loro quotidiano ed in alcuni casi il loro futuro o il loro modo di vivere non siano arbitrate solo tenendo conto dei rigori – chiunque sia a segnarli – tirati dalle squadre di imprenditori in campo secondo le regole vecchie di un mercato completamente cambiato o che, almeno, potrebbe cambiare radicalmente?

Ma, in questo caso, lo Stato ha fallito o, almeno, è stato – come altre volte sin qui – lento, ha nicchiato, forse in modo un po’ pilatesco, fingendo di illudersi che le regole di ieri si sarebbero mostrate capaci di governare una partita giocata oggi con un pallone che è persino difficile dire se può ancora considerarsi rotondo e se scivola sull’erba o, piuttosto, si teletrasporta da un lato all’altro di un campo ormai divenuto globale con una curva in Silicon Valley ed un’altra a Pechino.

Uber Pop, dopo il primo tempo – ed in attesa di sapere come finirà il secondo a seguito del reclamo che Uber, naturalmente, proporrà nei prossimi giorni davanti agli stessi Giudici del Tribunale di Milano – è stato squalificato per slealtà e scorrettezza.

Ma è una decisione che lascia l’amaro in bocca e che da l’impressione che il numero degli sconfitti sia di gran lunga superiore a quelli che possono davvero cantare vittoria.

Abbiamo perso un po’ tutti in modo più o meno consapevole.

E abbiamo perso perché nella decisione, il tribunale di Milano non scrive – né avrebbe potuto – che Uber espone gli utenti a chissà quali rischi per la loro sicurezza pubblica o per il loro portafogli ma “solo” che gli autisti di Uber Pop – che sono comuni cittadini proprio come i tassisti contro i quali si sono involontariamente trovati in campo – grazie all’app a stelle e strisce, minacciano di comprimere un mercato che le leggi vogliono sia appannaggio esclusivo di pochi.

Le regole, quelle che il Giudice di Milano ha applicato nell’arbitrare la partita, naturalmente, vanno rispettate da parte di tutti ed è sacrosanto che li viola si senta fischiare un fallo e ne paghi le conseguenze ma guai a dimenticare che quelle regole non sono un fine ma solo un mezzo per garantire che nella società gli interessi di tutti – e non solo delle squadre in campo – siano adeguatamente tutelati e trovino il miglior contemperamento possibile.

Saranno i Giudici dello stesso Tribunale di Milano, in sede di reclamo, a dire se la partita poteva essere arbitrata, con quelle stesse regole, in modo diverso ma, certo è, che a leggere la decisione viene il sospetto che se le regole del mercato della mobilità urbana non di linea sono state applicate con rigore, queste regole, oggi, non siano più in grado di garantire il raggiungimento del fine ultimo ovvero il buon governo di una società diversa da quella di ieri e nella quale gli utenti devono poter beneficiare di servizi innovativi anche se, per questa via, qualcuno che ieri non c’era – e che per di più è arrivato dall’altra parte dell’oceano – diventa più ricco e qualcun altro, a casa nostra, un po’ meno ricco.

E fa riflettere che la decisione del Tribunale di Milano arrivi giusto ad una manciata di giorni dalla notizia che, nelle Filippine, il Dipartimento dei Trasporti si è fatto carico di dettare nuove regole sul trasporto pubblico locale, “legalizzando” Uber e dettando una serie di previsioni che hanno lo scopo di garantire gli interessi dei cittadini, beneficiari ultimi e naturali di qualsiasi ordinamento giuridico.

Vale la pena, prima di chiudere il collegamento, di rileggere le parole con le quali la nuova disciplina adottata dalla Repubblica delle Filippine è stata presentata al pubblico: “Guardiamo all’innovazione tecnologica come ad un driver per il progresso, specialmente nel settore del trasporto dove può fornire soluzioni di mobilità più convenienti e sicure per il pubblico… così facendo vogliamo anche motivare gli altri fornitori di servizi pubblici di trasporto a diventare più moderni, migliorarsi ed innovare i propri servizi nell’interesse del pubblico”.

E noi? Possiamo davvero pensare che il problema sia stato risolto con un’Ordinanza adottata in un procedimento d’urgenza, nel bel mezzo dell’Expo ed a difesa – pure sacrosanta – del portafoglio di qualche migliaio di tassisti?

Troppo facile pensare che Uber – o qualcuno dopo Uber – cambierà i termini d’uso della propria piattaforma, ne farà un maquillage tecnico-giuridico capace di renderla diversa da quella sul quale i Giudici si sono appena pronunciati e tornerà in campo. E poi?

E’ urgente cambiare le regole del gioco, scrivendone di nuove capaci di garantire la concorrenza ma come messo – e non come fine – per assicurare a cittadini ed utenti un servizio più efficiente, economico e sicuro possibile.

E, magari, questo obiettivo passa anziché per un imbrigliamento normativo di chi vuole scendere in campo per un alleggerimento burocratico amministrativo di chi in campo c’è già.