I giornalisti tendono a innamorarsi di alcune parole. Di solito la passione dura una settimana, due nei casi più seri. Un po’ come gli amori struggenti degli adolescenti: solo che gli uni fanno le scritte sui muri e gli altri i titoli dei pezzi. Io, però, non sono una da colpi di fulmine che si consumano in una fiammata, nemmeno seduta davanti al computer: lo scrivi-e-fuggi m’ha sempre creato qualche scompenso. Dubbi etici. Interrogativi professionali. Ardori deontologici. Cose terribili, insomma. Così, quando sono incappata nella sharing economy e ho deciso di occuparmene, sapevo già che la regola “30 righe, fammi un buon titolo e mettici sopra una bella gallery di foto” questa volta non sarebbe andata bene. C’era troppo sotto: non solo sotto al potenziale titolo all’ultimo trend, ma anche sotto ai dati economici da miracolo americano al quale aggrapparsi per sperare di rivedere la luce.

C’era gente che si scambia la casa, che condivide il cibo al posto di buttarlo, che impresta la propria macchina, che paga le vacanze col baratto, che viaggia con sconosciuti e che offre a noleggio il proprio guardaroba, tanto per dirne un po’. C’erano persone. Relazioni. Modi di rapportarsi agli altri. Speranze. Idee. Avanguardie. C’era un seme di mondo che avrebbe potuto germogliare, trasformando la steppa dello status quo. Intendiamoci: non è retorica, anche se il rischio esiste. La stessa passione che i giornalisti hanno per i titoli accattivanti spunta anche quando si parla di buoni sentimenti, progetti brillanti e cervelli illuminati.

Ma proprio per questo, per capire davvero cosa si nascondesse dietro ai 20 miliardi di dollari di valutazione di Airbnb o alle 100 e rotte iniziative imprenditoriali “collaborative” nate solo in Italia nell’arco di un paio di anni, ho stabilito che l’unico modo era provare: anzi, provarle tutte. Viaggiando in lungo e in largo, a costo quasi zero, tra l’Europa e gli Stati Uniti, laddove dove è nata e cresciuta la cultura collaborativa. Il risultato è Mi fido di te (Chiarelettere, 13,90 euro), un libro che racconta questa “rivoluzione” da insider.

Prima, infatti, ho studiato; poi ho girato e provato. Ho affittato casa mia, recuperato cibo nei supermercati, dormito sul divano di decine di sconosciuti, mi sono improvvisa tassista, ho trasformato la mia cucina in un ristorante per qualche sera, ho affittato quello che mi serviva e ho messo a disposizione di altri i miei oggetti e via discorrendo.  Ho, insomma, vissuto di economia collaborativa, in tutte le sue sfaccettature e possibilità. Con le paure, le insicurezze, le soddisfazioni e le scoperte tipiche di quando si fa qualcosa di nuovo per la prima volta.  Il libro racconta le mie storie (quelle che non ci stavano, aggiornamenti inclusi, sono su www.paneesharing.it), e racconta anche due cose che ho imparato, con stupore.

La prima è che la capacità della sharing economy di svilupparsi, radicare e prosperare nel nostro Paese dipende non dalla presunta famosa ritrosia degli italiani, bensì dalla famigerata incertezza delle regole dell’Italia. Un ragazzo olandese nemmeno 30enne, amministratore delegato di una delle “piattaforme web” che consentono ai cittadini di affittare la propria macchina ad altri per qualche ora o giornata, m’ha raccontato che da noi non sono riusciti a sbarcare: le assicurazioni erano assolutamente restie a studiare nuove formule che coprissero i noleggi tra privati (e dire che nessuno chiede loro di erogarle gratis), e l’apparato normativo troppo mutevole e instabile per fare un investimento (già, quante volte l’avete sentita questa?).
Gli italiani invece – e questa è la seconda scoperta – hanno molta voglia di provare. Non solo perché la crisi economica ha falcidiato le loro possibilità di spesa, e recuperare un po’ di soldi con i nuovi servizi fa comodo a tutti.

Lo stimolo, però, non è soltanto economico. Preme, invece, l’idea di trovare un nuovo modo di rapportarsi agli altri: dopo decenni in cui essere monadi sigillate nel proprio spazio era un valore assoluto, oggi c’è voglia di farsi contagiare dalla parole e dai gesti del prossimo. In altre parole, di ricostruire il tessuto sociale. Capirete ora perché per raccontarlo non bastavano 30 righe ma c’è voluto un libro.

di Gea Scancarello
@geascanca
autrice di “Mi fido di te”