B.B. King è morto all’età di 89 anni. Il ‘re del Blues‘, l’ultimo dei grandi bluesman storici, si è spento ieri. Il chitarrista, che ha influenzato una generazione di chitarristi da Eric Clapton a Stevie Ray Vaughan a Jeff Beck, si è spento a Las Vegas, ha fatto sapere un suo legale. A inizio aprile era stato ricoverato in ospedale nella città del Nevada, per conseguenze legate al diabete di tipo II di cui soffriva. Era in cura per disidratazione. A ottobre scorso aveva avuto un malore durante un concerto, dovendo cancellare il resto del tour. All’origine c’erano, anche in quel caso, le conseguenze del diabete diagnosticatogli oltre vent’anni fa. A maggio il chitarrista aveva fatto sapere su Facebook di essere sottoposto a cure ospedaliere nella sua casa.

King aveva una voce inconfondibile, così come lo era il tocco della sua chitarra, nonostante lui dicesse di avere “dita stupide”. Il suo modo di far vibrare le corde in un modo che lui definiva “farfalla” ha segnato la musica. Aveva ricevuto il suo 15° Grammy nel 2009 nella categoria “blues tradizionale” con l’album One Kind Favor.

Nato nel profondo sud degli Stati Uniti, a Itta Bena nello Stato del Mississippi, il 16 settembre 1925, B.B. King ha percorso un lungo cammino che lo ha portato dai campi di cotone, lui stesso raccontava di quando, da ragazzo, veniva pagato 35 centesimo di dollaro ogni 10 libbre di contone raccolto, a un successo planetario, in compagnia della sua Lucille, la fedele chitarra Gibson ES-355 custom. Considerato uno dei maggiori bluesman, vincitore di 14 Grammy, sesto chitarrista più bravo di tutti i tempi secondo la rivista ‘Rolling Stones’, B.B. King ha anche incassato, nel 2004 una sorta di rivincita sulla realtà dalla quale proveniva, ricevendo una laurea ad honorem proprio dalla University of Mississippi.

Appassionatosi da ragazzo ai cantanti neri come T-Bone Walker e Lonnie Johnson, agli artisti jazz come Charlie Christian e Django Reinhardt, King ebbe il suo primo approccio con la musica cantando gospel in chiesa, poi arrivò la chitarra e nel 1943 si trasferì a Indianola (Missisipi) tre anni dopo a Memphis (Tennessee) dove affinò la sua tecnica di chitarrista con l’aiuto del cugino, il chitarrista country blues Bukka White.

Proprio a Memphis conobbe la prima notorietà grazie alla radio locale Wdia, che aveva da poco cambiato la propria programmazione per trasmettere soltanto musica nera. Alla radio Riley B. King, questo il suo vero nome, cominciò ad usare il soprannome ‘The Pepticon Boy‘, per poi assumere quello di ‘The Blues Boy from Beale Street‘ ovvero ‘The Beale Street Blues Boy‘ poi abbreviato in ‘Blues Boy‘ da cui il ‘B.B’ che lo ha accompagnato fino alla fine.

Il suo sound è caratterizzato da suoni caldi e piacevoli che danno vita ad un blues elegante. Il suo stile chitarristico è caratterizzato solo da parti soliste che si alternano al canto, senza mai sfociare in parti di accompagnamento. Nel 1949 King cominciò a registrare canzoni per la RPM Records di Los Angeles.

Negli anni cinquanta King è ormai musicalmente maturo e viene considerato divenne uno dei principali esponenti del panorama R&B dove si afferma con numerose hits, come You Know I Love You, Woke Up This Morning, Please Love Me, When My Heart Beats Like a Hammer, Whole Lottà Love e Please Accept My Love. Nel 1962 King firmò per la ABC-Paramount Records e nel 1964 registrò al Regal Theater di Chicago l’album Live at the Regal che fece di lui una leggenda.

Nel 1969 B.B. King scalò le classifiche sia pop che R&B, con una riedizione di The Thrill Is Gone di Roy Hawkins. L’elenco dei successi di King continuò per tutti gli anni settanta con canzoni quali To Know You Is to Love You e I Like to Live the Love. Dal 1951 al 1985 King è apparso sulle classifiche R&B di Billboard ben 74 volte.

Nei decenni successivi King ha ridotto le sue incisioni mantenendo però la sua popolarità grazie alle numerosissime esibizioni dal vivo, circa 300 serate l’anno, e partecipano a show televisivi e film, come in una puntata della serie I Robinson o nel celeberrimo Blues Brothers dove fa un cameo musicale nel finale, interpretando se stesso e suonando uno dei suoi più grandi successi, How Blue Can You Get, in una band immaginaria che comprendeva fra gli altri Eric Clapton, Steve Winwood e Wilson Pickett.