Caro Scanzi,

in realtà non sono proprio convinto che – come scrivi –“ la protesta, nella musica, è appannaggio anzitutto dei rapper”, i quali costituiscono “l’unica (o quasi) opposizione”. Per come la vedo io, oggi la scena hip-hop italiana è molto grande e finisce per rispecchiare le contraddizioni della nostra società, in cui si rispecchia nel bene e nel male.

Attenzione, non nego che ci sia del condivisibile nella tua tesi: la forza polemica e i temi sociali fanno parte del rap fin dai suoi inizi, e fortunatamente nemmeno l’industria musicale è riuscita a spegnere del tutto questa forza . Il punto è che – comprensibilmente – tu conosci questa scena in modo superficiale e tramite i nomi resi noti dai media. Conosci alcuni singoli rapper, ma l’hip-hop è un movimento, non una somma di singoli.

Ti potrei raccontare di molti rapper che fanno opposizione vera non in tv – anche se non c’è niente di male ad andare ai talk show politici – ma riempiendo i locali e i lettori mp3 dei ragazzi. Evito di citare i gruppi storici come i 99Posse o gli Assalti Frontali: il mio esempio è MezzoSangue, molto giovane ma già con le idee chiare, potente nell’esposizione come nel λόγος:

“Tutto gira intorno nella falsità di un giorno nel circo
Di un pappagallo che ripete ciò che gli hanno scritto
Delle pecore che mordono i leoni, ed i giudici buoni,
e un pubblico d’idioti che guarda e sta zitto
E tutto riga dritto anche troppo nella sua stortezza,
Ed io che volo, guardo dall’alto e mi fa tristezza,
e anche se provo a urlare qua nessuno sa sta lingua,
solo chi già vola e non può fare, ma domani ricomincia il circo.”

Ma il punto, come ti dicevo, non è il singolo, è il movimento. E, da un punto di vista di movimento, mi sembra che, per qualificarsi come opposizione vera, anche i rapper mainstream potrebbero fare un passo ulteriore ed essere più coraggiosi. Ormai hanno una posizione salda all’interno del mercato discografico, e a molti di loro – a prescindere dalla musica che fanno e dal target più o meno adolescenziale a cui si rivolgono – l’intelligenza non manca. Quindi dovrebbero usare il microfono per fare esattamente quello a cui serve: dire qualcosa, specialmente qualcosa di scomodo e impopolare che sia una verità che nessun altro (o quasi) dice. E questo, mi dispiace, non sta succedendo.

Dopo i fatti del primo maggio a Milano, c’è stata un’immediata ondata di repressione, partita dalle manganellate ai docenti a Bologna e continuata con il recentissimo sgombero/demolizione di Scup a Roma, uno spazio sociale protagonista di iniziative importantissime e non certo popolato da violenti o presunti black bloc. Su tutte queste cose mi aspetto poca copertura e travisamenti da parte dei media allineati, ma i rapper dovrebbero essere compatti a dire che lo sdegno causato in una parte dell’opinione pubblica dal primo maggio di Milano sta facendo passare questa repressione praticamente sotto silenzio. E che tutto ciò è molto grave.

Sono stanco di “renziani contro grillini”. Possiamo, dobbiamo fare di meglio.

Per quanto mi dispiaccia ammetterlo, è vero che Sallusti colpisce nel segno quando dice che “la protesta nella musica c’è sempre stata, ma ai miei tempi c’erano Gaber e Jannacci”. Il punto è che noi rapper non riusciamo a vestire i panni dei cantautori dei ’70 non solo perché quelli erano dei giganti dal punto di vista artistico, ma anche perché oggi pochi di noi hanno il loro coraggio. E, se per il talento c’è poco da fare, sul coraggio potremmo senz’altro impegnarci di più.