Debito, carovita e proteste: così Marco D’Eramo spiega il dominio degli oligarchi
La trappola del debito, il carovita e il risveglio delle piazze in tutta Europa sono un segnale.
Ho sfilato con tantissimi giovani della mia città, con cori contro il governo e cartelli variegati e creativi, un inno alla vita e alla ribellione che solo i ragazzi possono costruire. Una piazza autonoma, genuina che portava i propri pensieri e le proprie parole, per chi è disponibile a leggere e ad ascoltare. Tra i tanti c’è un cartello che ha attirato la mia attenzione: “Quando non ci sarà più cibo…Eat the rich”. Una frase che sembra attribuita a Jean Jacques Rousseau e che oggi è tornata a circolare nelle manifestazioni che si ribellano alle disuguaglianze di reddito.
I giovani, ancora una volta, dopo aver creato dal basso un movimento mondiale contro le disuguaglianze ambientali e il surriscaldamento globale, centrano di nuovo il problema, mentre gli adulti e troppi politici parlano di tutt’altro.
Facciamo la nostra parte con il secondo appuntamento del ciclo di podcast “Conversazioni sul futuro”, promosso dall’ente del terzo settore Terra Giusta e dedicato alla memoria del sociologo Domenico De Masi. Portiamo al centro del dibattito una delle voci più lucide del pensiero critico: Marco D’Eramo. Fisico teorico, sociologo e saggista, autore di Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi che descrive senza peli sulla lingua la gabbia in cui siamo rinchiusi da cinquant’anni.
Oggi gli Stati sono un’azienda al servizio esclusivo dei grandi gruppi economici e degli oligarchi della finanza e del big tech. La strategia è quella dell’affamare la bestia (starve the beast): tagliare le tasse ai più ricchi per privare la mano pubblica delle risorse necessarie a garantire scuola, sanità ed edilizia popolare, spingendo lo Stato verso un indebitamento cronico. Poi con il debito sovrano, i burocrati di Bruxelles nelle mani di finanza e miliardari costruiscono il “braccialetto elettronico” della politica.
L’Italia, eccezion fatta per il biennio pandemico, registra da oltre trent’anni un avanzo primario di bilancio: lo Stato spende per i cittadini meno di quanto incassa in tasse. Così risparmiamo per pagare gli interessi, vendendo il presente e futuro di noi tutti e dei nostri giovani. Un meccanismo che, tramite il Club di Parigi, in passato veniva imposto al Sud globale, per imporre le ricette di privatizzazione neoliberiste e vendere le risorse del Paese alle multinazionali. Oggi gli stessi meccanismi piegano e affamano le democrazie occidentali.
D’Eramo mostra come mutui e prestiti siano potenti strumenti di disciplinamento: il lavoratore ipotecato o precario viene convinto di essere “imprenditore di se stesso”, isolato nella propria solitudine e privato della solidarietà collettiva. Persuasi che unirsi non serva più a nulla.
Proprio in questo scenario, le recenti proteste di piazza che attraversano l’Italia e l’Europa contro il carovita, l’inflazione, il carocasa e la repressione rappresentano un segnale di riscossa irrinunciabile. Mentre per mesi ci si è chiesti dove fosse finita la mobilitazione di massa, il ritorno del conflitto nelle strade dimostra che la rassegnazione non è un destino ineluttabile. Si è tornati a difendere la scuola pubblica, a riscoprire i luoghi fisici di confronto senza limitare la democrazia alla scheda nell’urna. Senza lotta quotidiana, non ci sarà alcuna transizione giusta, né ecologica per salvarci dall’estinzione, né sociale per salvarci dalla povertà.
C’è solo da chiedersi: le piazze sul carovita vanno rivolte solo alla politica affinché smetta di essere complice degli oligarchi, o vanno rivolte direttamente contro gli oligarchi, nei loro spazi simbolo? Lo stesso D’Eramo ci invita a superare la nostalgia per gli strumenti del passato — nati per combattere un potere di fabbrica che oggi è sistemico e digitale — e reinventare il dissenso e il conflitto, cosa cara molto a De Masi.
Le famiglie schiacciate dalle bollette, gli studenti accampati in tenda o che occupano le scuole e i lavoratori poveri non chiedono più mance, ma mettono sotto accusa le radici dell’ingiustizia.