Che cosa non mi torna delle affermazioni di Veneziani sull’integrazione dei migranti
di Carmelo Zaccaria
In un recente post Marcello Veneziani ha affermato che le premesse indispensabili per poter integrare, includere e dare cittadinanza agli immigrati sono: “conoscere e usare, nei modi essenziali, la lingua del paese in cui si chiede di essere accolti” oltre, naturalmente, rispettarne costumi e fondamenti giuridici.
Veneziani è uno dei pensatori più colti e raffinati dell’area conservatrice-tradizionalista (cosa che non mi impedisce di leggerlo, pur non condividendo spesso i suoi spunti di riflessione). Queste precisazioni sul tema dell’integrazione ad esempio le ritengo alquanto fuorvianti se si tiene conto che proprio dalla sua parte politica arrivano le maggiori resistenze nel regolarizzare cittadini nati e istruiti in Italia e, d’altronde, fermo restando l’obbligo di osservare i dettami della nostra Costituzione, finora nessuno, almeno a sinistra, ha mai preteso di riconoscere l’immediata cittadinanza a chi arriva alle prime luci dell’alba su un barchino.
Spesso si sorvola, forse per un’innata pregiudiziale ideologica o per cattiva coscienza, sul fatto che i migranti non sono turisti in gita, ma gente disperata a cui, di primo acchito, sarebbe inusuale chiedere di declamare l’alfabeto o interrogare sulle nostre abitudini sartoriali; ci si dovrebbe occupare invece, prima di tutto, della sorte infausta che gli è toccata.
Ho trovato sorprendente questa presa di posizione anche alla luce del saggio pubblicato di recente sulla vita di Giambattista Vico (Vico dei Miracoli) in cui Veneziani si sofferma sulla descrizione della Napoli d’oro di inizio Settecento, avvenuta sotto l’egida di Carlo III di Borbone che ebbe il merito di aprire il Regno alle minoranze provenienti da ogni parte d’Italia e da altre nazioni europee, attivando un proficuo processo di integrazione economica e sociale tra mestieri, arti, professioni, tanto da trasformare in breve Napoli in una delle metropoli più ricche e popolate d’Europa.
Il grande sovrano, con l’ausilio di una classe dirigente accorta e illuminata, diede vita ad un massiccio “import” di forza lavoro che permise di completare opere titaniche in tempi record (Reggia di Caserta, Teatro S. Carlo, il monumentale Ospizio dei poveri), generando un’osmosi feconda di idee, costumi, modi di pensare ed esperienze sul campo tra le maestranze napoletane e la manodopera straniera. La lingua italiana era poco utilizzata, si parlava un dialetto stretto anche tra le classi agiate, almeno in privato, per cui molti operai avevano bisogno in ogni cantiere di un traduttore simultaneo per passare gli ordini in un napoletano accettabile e comprensibile.
Questi flussi migratori furono la causa principale, il fondamento dello sviluppo di attività produttive altamente redditizie che contribuirono a rilanciare un mercato interno stagnante. Di questo scrive Veneziani.
La forza motrice dell’integrazione, come sempre, oltre alla sagacia dei regnanti, furono la fiducia e l’accoglienza di un intero popolo che si rese disponibile ad accogliere i forestieri senza proferire atteggiamenti ostili nei loro confronti, senza richiedere alcuna preventiva patente di napoletanità, ma testimoniando e facendo assimilare la propria millenaria identità. Si trattò, infine, di un arricchimento reciproco.
Più di recente una massa enorme di popolo approdò a Ellis Island con mille lingue e mille valigie di cartone, e senza conoscere un acca della lingua madre, fu artefice di una compenetrazione sociale compiuta anche attraverso la conservazione di propri riti e persino di propri dialetti. Nonostante ciò quelle persone umili e reiette divennero classe dirigente in America.
Riconoscere i migranti, naturalmente, non vuol dire ossequiarli, ma rendere possibile l’accettazione dei principi e delle regole di convivenza, senza calpestare o negare la loro dignità o comprimere la loro forza vitale. Se, diversamente, si trattano da invasori si gettano le basi per un “pluralismo conflittuale” che genera solo muri e ghetti invalicabili.