Per la Cassa depositi e prestiti la nuova rete in fibra del Paese deve essere di proprietà di “tutti gli operatori” che vogliano partecipare al progetto. Se così non fosse, nascerebbe un nuovo monopolio che non andrebbe a vantaggio dei cittadini e non sarebbe nell’interesse del Paese. In questo progetto Telecom, come spiega il presidente Franco Bassanini, “rivestirebbe – comunque – il ruolo più importante perché è la società più importante, noi mettiamo il capitale”. Del resto in Telecom di capitali da investire non ce ne sono poi così tanti: nella trimestrale il gruppo ha mostrato ancora segnali di rallentamento con un utile più che dimezzato (da 222 a 80 milioni anche per ragioni straordinarie), ricavi in calo (-2,6% a 5,1 miliardi), un margine operativo lordo in flessione (-7,7% a 2 miliardi) e un aumento del debito a 29 miliardi dai 27 di dicembre 2014, legato ad una “negativa generazione di cassa operativa nel trimestre”.

Telecom, però, vuole restare il padrone dell’infrastruttura di rete e si rifiuta di entrare in un “condominio” di operatori per sviluppare la fibra sotto la guida e la garanzia della Cdp. Così per portare avanti i suoi piani di sviluppo, il governo sta valutando un piano B con l’aiuto di Enel e Terna, rispettivamente proprietarie dell’infrastruttura elettrica dell’ultimo miglio e della dorsale nazionale. L’azienda guidata da Francesco Starace, pur escludendo un suo ritorno di fiamma per la telefonia, ha ricordato, infatti, di aver in atto un piano per la sostituzione dei vecchi contatori che torna utile anche per portare la fibra in tutte le case degli italiani. Quanto a Terna, società guidata dall’ex Cdp Matteo Del Fante e controllata dalla stessa Cdp, l’unica cosa certa per ora è la disponibilità di fondo dell’azienda a partecipare ai piani del governo.

Per Cdp e la sua controllata della fibra, Metroweb, insomma, i potenziali partner per realizzare la nuova infrastruttura a banda ultralarga non mancano. Ma la partecipazione di Telecom a un progetto comune renderebbe le cose più facili. Per questo Palazzo Chigi non ha rinunciato all’idea di riuscire a ricucire lo strappo con Telecom che intanto, nel pieno di un cambio negli assetti azionari, va avanti per la sua strada. Il gruppo guidato da Marco Patuano, dopo aver stretto un’alleanza con Fastweb per allungare la vita al doppino in rame, si sta preparando a far luce entro il 20 giugno sui piani di investimento 2016-2018 necessari per accedere ai 6 miliardi di fondi pubblici comunitari e regionali destinati allo sviluppo digitale. Gli impegni presi da tutti gli operatori nell’ambito della consultazione pubblica indetta da Infratel si trasformeranno poi in un piano d’azione con precise scadenze. Senza però che sia stato predisposto un sistema di controlli esterni e sanzioni per i ritardi. Il che non gioca a favore della certezza nelle tempistiche di investimento degli operatori nelle aree a fallimento di mercato e rischia di costare caro ad un Paese che è fanalino di coda dell’Europa nella banda larga.