Speriamo che l’Expo 2015 non sia interessante e avvincente come l’opening televisivo che ieri sera, su RaiUno, ha di fatto dato il via all’esposizione universale milanese. Sì, perché nonostante la meraviglia di un Duomo illuminato a giorno a far da sfondo, la serata – che comunque ha registrato il 27,02% di share – è scivolata via troppo lentamente dal punto di vista televisivo, rischiando a più riprese di far addormentare persino i più expottimisti.

La conduzione era affidata a Paolo Bonolis (in prestito da Mediaset) e Antonella Clerici: sono quelli che chi parla bene definisce “grandi professionisti”, e non c’è dubbio alcuno. Ma entrambi sembravano fuori contesto. Bonolis ha fatto Bonolis, ma forse per un evento in mondovisione serviva un altro registro. Antonella Clerici, che sta oggettivamente passando un periodo televisivamente difficile, è apparsa stanca, poco a fuoco, quasi superflua. Si poteva e si doveva fare di meglio. Entrambi, inoltre, fanno parte della scuderia di Lucio Presta. Il punto è che prima o poi bisognerà affrontare seriamente il discorso spinoso dello strapotere dei manager dei divi del piccolo schermo, che pur di piazzare i loro cavalli di razza su palcoscenici importanti, mortificano l’evento stesso. Ma questa è un’altra storia.

L’altro protagonista indiscusso della serata è Andrea Bocelli, presentato giustamente come “orgoglio italiano nel mondo” e tutte le altre frasi di circostanza che ormai accompagnano ogni sua presenza televisiva. Anche Bocelli fa Bocelli, e lo fa oggettivamente bene. Un’aria dopo l’altra, il tenore toscano sgrana il rosario della tradizione del “bel canto all’italiana”, forse appiattendo troppo l’evento su un cliché stantio che ormai sta stretto al nostro Paese.

E il problema principale della serata è sembrato proprio questo: la scelta fallimentare di raccontare l’Italia solo da un punto di vista, attraverso capolavori immortali della lirica, senza un guizzo contemporaneo né una pur minima variazione sul tema. Tutto troppo noioso e francamente banale per l’inaugurazione di un evento che dovrebbe essere il trionfo della visione, del futuro, dell’innovazione. E invece noi sempre lì, fermi alla pur incantevole lirica nostrana.

La serata fila via noiosa ma senza intoppi. Ogni tanto Bonolis molla il freno e si fa prendere la mano dalla sua nota battutite cronica. Peccato, però, che in mondovisione alcune boutade hanno ben poca presa. Una per tutte: il conduttore romano sta raccontando la storia della Turandot di Puccini, lasciata incompiuta dal grande compositore e poi completata da Franco Alfano, ma eseguita nella versione “monca” da Arturo Toscanini. “Già allora erano tempi duri per gli Alfano”, chiosa Bonolis. Chissà quante risate si saranno fatti gli spettatori di Shanghai o quelli di Dubai. E chissà il terrore negli occhi di chi ha dovuto tradurre la battuta per un pubblico che, per sua fortuna, di Alfano non sa nulla.

Altro momento non proprio azzeccato, il pippotto accennato dallo stesso Bonolis sui tanti scandali che hanno accompagnato questa travagliata marcia di avvicinamento all’Expo milanese. Per carità, quasi coraggioso parlarne in mondovisione, ma forse il tempismo non è stato perfetto, visto che subito dopo è stato invitato sul palco Giuseppe Sala, commissario unico di Expo 2015 e quindi a capo di tutto il ginepraio di ritardi, scandali, scelte discutibili e strani intrecci politici a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Ma anche questa, ahinoi, è un’altra storia.

Tra un’esibizione del pettinatissimo pianista cinese Lang Lang e una rapida carrellata di alcuni tra i padiglioni presenti all’esposizione universale, si è infine arrivati forse all’unico momento davvero pregevole della serata: l’accensione del meraviglioso Albero della Vita. Efficace, spettacolare, quasi emozionante, unica briciola di contemporaneità cosmopolita in mezzo a tanto provincialismo casereccio. E la conclusione dell’evento non poteva essere più banale, con Bocelli e gli altri cantanti lirici accompagnati al piano da Lang Lang a intonare la canzone più abusata dell’universo. Mancava solo l’esibizione di una squadra di pizzaioli acrobatici e qualche smandolinata sul palco per rendere il tutto, se possibile, ancora più imbarazzante. Moriremo provinciali. In mondovisione, per carità, ma provinciali.