Partirono. Per l’oscurità e le cautele impiegarono più di un’ora ad arrivare a veder la cresta. In repentinità quasi di miraggio, massima e stregata, apparve la grande cascina solitaria sulla cresta, con lumi e fessure delle sue impannate scassate. Salirono d’un altro po’ ed allora esplose la voce della cagna lupa”.

Era novembre, adesso è aprile. Eppure, dopo settant’anni – alle due di un pomeriggio di una finta primavera – la nebbia sembra quasi non essersi mai dissolta da allora. I settecento metri della cascina di Langa tra Benevello e Trezzo Tinella ti accolgono dentro quello che Paolo Conte potrebbe chiamare un bicchiere di acqua e di anice. Un lenzuolo bianco nasconde l’arco alpino, i noccioleti e le vigne, che di quelle mille e mille gocce di vapore fresco – prima di restituirtene il sapore in un bicchiere – si nutrono. Non c’è traccia della val Tanaro né della val Bormida, stese ai lati di quel crinale così prezioso proprio perché permetteva di osservare i movimenti sia dalla parte di Alba che da quella di Asti.

È il novembre 1944, il grande rastrellamento delle Langhe: Johnny, Ettore, Pierre e il vecchio Jackie vagano per crinali di colline e rittani fangosi, scappano da milizie repubblichine e corazzati tedeschi, spediti in massa sulle alture più ribelli d’Italia per ripulire l’onta dei ventitré giorni (“Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944…”). Il rifugio, la speranza di salvezza, anche solo per poche ore, è la grande cascina, là dove abita la vecchia, “una delle più forti, ardite e cupide donne della collina (che) dava da mangiare alle squadre in transito, alla fine di ogni mese presentava il conto a Nord che sempre la saldava al centesimo…”.

Il leggendario comandante Nord si sta spostando chissà dove con la sua colonna motorizzata, gli altri partigiani delle colline vagano a piedi, oppure sono morti o prigionieri o ancora in cerca di un rifugio. Poco prima della salita, tra i castagneti e le foglie secche, esplode Jackie, che ha più di quarant’anni e potrebbe essere un vecchio zio di Johnny, Ettore e Pierre, suoi occasionali compagni: “Io non so nemmeno e non me curo, quale sia il vostro programma. Per me, appena scurisce, punto su Cascina della Langa. A quest’ora i tedeschi dovrebbero già essersene andati. L’artiglieria ha finito il suo lavoro. Vado lassù e la vecchia mi darà da mangiare. O se me ne darà… – fai piani a lunga scadenza, eh – fece Pierre – quando scurisce…”. Li salveranno i latrati della lupa, perché i tedeschi sono ancora là, a rifocillarsi dalla “vecchia”.

Si farà inverno. Del vecchio Jackie si perderanno le tracce poco dopo, Pierre andrà a rifugiarsi a Neive a casa della fidanzata (con i genitori fascisti), Johnny ed Ettore torneranno alla cascina “e ci passarono un vacuo pomeriggio, prima giocando abbondantemente con la cagna accondiscendente, poi sedendo inani su fredde pietre, le mani in mano, guardando al vuoto cielo, su e giù per il vacuo paesaggio, sentendo il freddo e l’alito dell’inverno, l’assenza lunga del sole, tutti i domani e le passività e la prestezza della loro morte e l’astrale lontananza della primavera”. Ettore si ammalerà, Ettore verrà catturato (che fine ha fatto Ettore? Il romanzo è incompiuto, Johnny non ce lo dice) mentre Johnny scende in paese a cercare medicine, che non troverà. Johnny tornerà e passerà lì in solitudine – senza nemmeno la vecchia e la lupa, catturati anche loro – i mesi terribili che lo separano dall’adunata di fine gennaio ordinata da Nord. Il giorno che Ettore cade nelle mani dei nazifascisti, Johnny è salvo grazie alla nebbia che protegge la sua discesa a valle. Quella stessa nebbia che oggi ti accoglie in un pomeriggio di finta primavera ad aprile.

Cascina di Langa è ancora lì. Ne ha passate tante, una parte era caduta a pezzi, una famiglia di tedeschi ci aveva pure costruito un campo da tennis nell’aia. Oggi, da una decina d’anni, è tornata a essere un luogo dove fermarsi a dormire, mangiare e riposarsi. L’antico fienile, ristrutturato a colpi di design minimale, ha conservato un antico pilastro in pietra pieno di incisioni, le stesse che Johnny avrà forse letto e riletto nell’inverno del 1944. C’è perfino un “credere, obbedire, combattere” datato 10 giugno 1940, il giorno dell’entrata in guerra dell’Italia fascista, 40 mesi prima del tempo “della neve e del fuoco”, come lo chiamerà Giorgio Bocca. Intorno i noccioleti cantano nel vento. Un sentiero buca la nebbia, mezz’ora di cammino e si scende al Pavaglione, la cascina della “Malora”, il primo, straordinario romanzo di Beppe Fenoglio. Qui il tempo sembra essersi davvero fermato: è come se un misterioso riguardo a quelle pagine, che parlano di terre povere e affamate, abbia difeso il Pavaglione dalla ricchezza di questa terra di vini e tartufi.

È un percorso a ritroso: da quel punto di Alta Langa parte “Il sentiero del Partigiano Johnny”, i luoghi della fuga del novembre 1944. Si cammina per ore, volendo. Tra i sibili del vento e il rumore lontano di macchine agricole che possono sembrare blindati, la suggestione ti porta a camminare guardandoti le spalle, sempre pronto a rotolarti tra i castagni e i roveti, alla ricerca di un rittano (così si chiamano da queste parti i ruscelletti incassati in profondità tra le colline) che ti salvi dalla furia, sperando che non cada una bomba a mano.

T’immagini di scorgere da lontano quel tornante dove Ivan e Luis, in un giorno di sole, incontrano all’improvviso una pattuglia di fascisti e la morte, senza che nessuno possa fare nulla. Ti sembra di scorgere il profilo del commerciante di pelli che non parla dialetto ma ha una striscia bianca tra i capelli. È una spia e Johnny lo ucciderà. Ti aspetti a un tratto di rivedere la cagna lupa, che chissà come riesce a fuggire dalla caserma, ritrovare la via della cascina e tornare da Johnny.

Tornando indietro, la nebbia si dirada, il crinale si apre tra le creste delle colline e a mente ti si apre una pagina di Fenoglio: “Chi non è stato mai a Cascina di Langa vuol dire che di queste langhe lui non può parlare (…) Se è destino che io torni borghese e faccia onesti soldi (…) ci passerò tre mesi d’ogni anno che mi resterà… altrimenti ci verrò da solo, a piedi, una volta all’anno, un giorno qualsiasi d’inverno, e cercherò di riprovare quel freddo, di fare pressappoco le cose i passi e i pensieri che devo aver fatti in un’eguale giornata dell’inverno 44-45… ogni inverno ci verrò, come a un anniversario, fino a quando non sarò così vecchio e stanco da dubitare per un momento che un giorno, da queste parti, io vi abbia tanto camminato e combattuto. E questo mi avvertirà che il prossimo inverno non potrò risalire a toccare i muri della vecchia Langa e riconoscere la cuccia che fu della lupa…”.

Oggi non è inverno, ma è un anniversario. Settant’anni fa Johnny, che una sera d’autunno del 1943 salì in collina sentendosi investito “in nome dell’autentico popolo d’Italia, a opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente” inebriato “da tanta somma di potere” e “infinitamente” più inebriato “dall’uso legittimo che ne avrebbe fatto”, vinceva la sua guerra. A Cascina di Langa Beppe Fenoglio sarebbe tornato, ma non avrà il tempo di assaporare il successo de Il Partigiano Johnny che uscirà (incompiuto) solo nel 1968, cinque anni dopo la sua morte. “Il” romanzo della Resistenza, pieno di partigiani coraggiosi, virtuosi e gaglioffi, audaci e incapaci, umanissimi, ingenui, intelligenti e stupidi. Più uomini che eroi, insomma. Dunque, proprio per questo, veri e giusti.

da Il Fatto Quotidiano del 23 aprile 2015