Totò Riina è stato assolto, non è stato lui a ordinare la strage del rapido 904. Si chiude così questo nuovo processo a carico del capo dei capi e ora resta solo da vedere quelle che saranno le motivazioni della sentenza che ha portato all’assoluzione con la formula che ricalca la vecchia insufficienza di prove. Questa mattina, nell’aula bunker della corte di assise di Firenze c’era stata la requisitoria della pm Angela Pietroiusti e le arringhe degli avvocati. C’era attesa per questa sentenza anche tra coloro che si aspettavano una nuova verità su quella strage. Tra questi ci sono i familiari delle 17 vittime che sono state uccise sul treno che andava da Napoli a Milano il 23 dicembre 1984. Un treno pieno di famiglie che andavano a passare le vacanze di Natale con i propri cari, giovani che ritornavano alla loro città o andavano a trovare i parenti emigrati al nord. Per alcuni di loro non c’è stato nessuno scampo. Una bomba nascosta in due borse piazzate sulla griglia portapacchi nel corridoio del vagone numero 9 esplose alle 19.08 mentre il rapido percorreva la Grande galleria dell’Appennino.

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In quel treno c’era anche una signora di 37 anni, stava rientrando a Milano ed era salita a Firenze. Era nel vagone numero nove e poi si è spostata nel vagone accanto, il numero 10 perché nel suo scompartimento ascoltavano canzoni napoletane. Per questo si è salvata da una morte certa e dalla mattina, Loretta Pappagallo, aspetta nell’aula bunker della corte di assise di Firenze il verdetto sul processo che vede come unico imputato Totò Riina, ritenuto dall’accusa responsabile di aver ordinato quella strage. Ascolta la fine della requisitoria del pubblico ministero Pietroiusti seduta in silenzio dopo aver deciso, solo dopo trenta anni di vincere la paura e assistere a questo nuovo processo: “Concludo chiedendo la pena massima dell’ergastolo, si chiede la condanna non perché non poteva non sapere perché era a capo dell’organizzazione ma perché esercitava questo potere. Solo con la sua autorizzazione è stato fornito l’esplosivo a Calò e solo lui poteva decidere la destinazione dell’esplosivo”.

Sono passati 23 anni dal processo di appello che condannò all’ergastolo Pippo Calò e in concorso con lui Guido Cercola, Franco di Agostino e il tedesco Friedrich Schaudinn e ora, per l’accusa, c’è da aggiungere un nuovo tassello di verità giudiziaria per quella strage perché a decidere di far esplodere quella bomba dentro il treno fu il capo dei capi. “Riina è il determinatore, lui dà il contributo decisivo. E’ il principale artefice di questo fatto, lo ha determinato, non c’è il minimo dubbio”. Il pm Angela Pietroiusti si rivolge alla ai giudici della Corte di assise di Firenze. “La condanna serve a fare giustizia, per il rispetto delle vittime, anche se a distanza di tempo”. Ripercorre anche le fasi più importanti del processo che ha visto protagonisti molti dei collaboratori di giustizia che hanno raccontato in questi anni i retroscena dei fatti di mafia più importanti : da Giovanni Brusca a Leonardo Messina, da Gioacchino La Barbera a Baldassarre Di Maggio. “Quello che ci dicono tutti i collaboratori è che Riina aveva un potere assoluto come è già cristallizzato nelle sentenze e che già dagli anni ’80 aveva posto a capo di tutti i mandamenti persone di sua fiducia e nessuno si poteva opporre sennò veniva ucciso”.

Nella requisitoria emerge con chiarezza anche il rapporto fra Riina e Calò. Per il pubblico ministero è dimostrato anche da un episodio di cui parlò Giovanni Brusca quando i boss chiesero “la concessione di benefici, gli arresti ospedalieri per alcuni mafiosi: fra questi è presente sempre Pippo Calò. A Pippo Calò viene riservato un trattamento di favore. Oltre a lui c’erano le persone di massima fiducia di Riina come Bernardo Brusca”.

Secondo l’accusa, smentita però dalla sentenza di primo grado di oggi, la strage del rapido 904 è da interpretare come il primo atto “terroristico” teso a intimorire i magistrati che stavano lavorando al maxiprocesso e al tempo stesso mandare un segnale forte allo Stato. Una sorta di dimostrazione di forza tesa a garantirsi l’immunità. Nel contempo quella bomba doveva anche rievocare un’altra strage avvenuta esattamente 10 anni prima nello stesso luogo ma con matrice diversa, politico eversiva. Un altro treno, l’Italicus era stato fatto saltare dentro quella galleria, altri dodici morti. Nella ricostruzione dei magistrati reiterare lo stesso tipo di attentato con quelle modalità era il tentativo di depistare l’attenzione degli inquirenti verso altri scenari e altri moventi e abbandonare le indagini che a Palermo stavano concretizzandosi con l’istruttoria del maxiprocesso.

La difesa dell’unico imputato di questo processo, condotta dallo storico legale di Riina Luca Cianferoni, è chiara fin dall’inizio. Parla di “processi politici, di un uomo, Totò Riina, diventato il parafulmine di tutti i mali d’Italia”. I giudici, per quanto si può dire prima di leggere le motivazioni, in questo caso hanno ritenuto insufficienti le prove contro di lui.