Tutti i nodi stanno venendo al pettine nello stesso momento. E il continente sudamericano si trova così ad affrontare la fase economicamente più difficile della sua storia recente. Fino a ieri era considerato un’incubatrice di nuovi, veri o presunti, modelli economici. Oggi l’intera area assomiglia più a un ospedale. Con malati gravissimi come il Venezuela, nuove emergenze ad alto potenziale di contagio come il Brasile, degenti cronici come l’Argentina. Molto, anche se non tutto, dipende dal contesto internazionale. Il crollo del greggio (-50% dallo scorso settembre) e il rallentamento di altre materie prime di cui i paesi sudamericani sono grandi esportatori iniziano a far male. In più il rafforzamento del dollaro e la prospettiva di un aumento dei tassi di interesse statunitensi sono elementi che tradizionalmente penalizzano tutte le aree emergenti. I capitali esteri tendono infatti ad affluire di nuovo verso i Paesi occidentali, meno rischiosi e ora di nuovo interessanti quanto a rendimenti. L’effetto più immediato è l’indebolimento delle valute nazionali, perché la vendita di azioni passa attraverso la conversione della valuta locale in dollari o euro. Per le aziende diventa di conseguenza più faticoso onorare i debiti contratti in dollari. Al netto dei fattori globali, i singoli Paesi hanno però molte responsabilità.

Brasile stretto tra prezzi al galoppo, valuta debole e uno scandalo tangenti – Per dimensioni geografiche, demografiche ed economiche la situazione più preoccupante è probabilmente quella del Brasile. Il paese è in recessione. Nel 2015 il Pil dovrebbe calare dello 0,5% ma le stime vengono continuamente riviste al ribasso. L’inflazione sfiora ormai l’8% e solo nell’ultimo anno la valuta locale si è deprezzata del 50% rispetto al dollaro. Molti osservatori imputano a Brasilia di non aver avviato nessuna riforma significativa negli anni della crescita. Gli stipendi sia pubblici che privati sono regolarmente saliti più della produttività e del Pil rendendo il paese via via meno competitivo e favorendo la corsa dei prezzi. Nonostante gli effetti controproducenti sulla crescita la banca centrale brasiliana è stata costretta ad alzare ripetutamente i tassi fino all’attuale 12,75% per cercare di frenare l’inflazione e sostenere la moneta nazionale. Anche perché, approfittando dei bassi tassi, negli scorsi cinque anni le aziende brasiliane hanno alzato il loro indebitamento complessivo in dollari da 100 a 250 miliardi. Ora che il real vale la metà l’onere per pagare rimborsi e interessi risulta molto più gravoso da sopportare. In alcuni casi diventa una bomba ad orologeria.

I guai poi non vengono mai soli e sul Brasile si è da poco abbattuto lo scandalo Petrobras, colosso petrolifero controllato dallo Stato, al centro di una vasta rete di finanziamenti illeciti. Il gruppo, che oggi vale in borsa 35 miliardi ma solo nel 2008 ne capitalizzava 200, era una specie di hub della tangente. Ogni ditta esterna che riceveva un appalto doveva girare il 3% del valore del contratto ai principali partiti politici. Una montagna di fondi neri che si sospetta abbia raggiunto nel corso degli anni i 28 miliardi di dollari. Tra gli indagati ci sono diversi ex ministri, i presidenti dei due rami del Congresso e il tesoriere del partito dei lavoratori di cui è leader la presidente Dilma Rousseff. Oltre alle pesanti ripercussioni politiche ci sono quelle economiche. A causa di quanto sta emergendo dalle indagini, Petrobras non è in grado di certificare il suo bilancio e potrebbe arrivare a trovarsi in una situazione di default tecnico. La società è molto indebitata: solo per quanto riguarda le obbligazioni in dollari ha sul mercato titoli per 40 miliardi e tra i grandi creditori figurano tutte le principali banche del paese. Al momento circa 20 miliardi di investimenti già programmati dal gruppo risultano inoltre congelati.

In Argentina inflazione al 40%. E continua l’impasse sui Tango bond – A risentire dei guai brasiliani è in primo luogo la vicina Argentina che già naviga in pessime acque e destina il 20% delle sue esportazioni proprio verso il paese confinante. Come il Brasile anche l’Argentina vive un anno di recessione (-2,8% il Pil 2015 secondo il Fondo monetario internazionale) e si trova alle prese con un’inflazione che secondo stime ufficiose – le cifre ufficiali non sono considerate attendibili – si avvicina al 40%. Quel che è peggio, prezzi e salari pubblici si rincorrono in una spirale che pare ormai fuori controllo e sta prosciugando le risorse del paese. Nel frattempo prosegue il braccio di ferro con la giustizia statunitense che, su richiesta di alcuni fondi, ha sancito l’obbligo di rimborso dei titoli di Stato finiti in default nel 2001 e non scambiati con nuove emissioni. Titoli che Buenos Aires aveva scelto di emettere sotto la legge dello stato di New York. Una prova di forza che per il momento ha generato un’impasse in cui nessuno viene pagato (né i possessori di vecchi titoli né quelli che hanno aderito alle emissioni sostitutive del 2005 e 2010) e il paese non può più finanziarsi sui mercati internazionali. Intanto cala il valore delle esportazioni di materie prime agricole che finora hanno garantito al paese l’afflusso di valuta pregiata. Ufficialmente un dollaro viene scambiato a 8,7 pesos ma sul mercato nero, dove il valore del concambio è paradossalmente più aderente alla realtà, si arriva ormai a 13 pesos. Qualcosa nel paese potrebbe smuoversi con le elezioni del prossimo autunno, quando la presidente Cristina Kirchner dovrebbe lasciare il posto a successori più disponibili a una trattativa.

Il Venezuela balla sull’orlo del default – La situazione più critica è quella del Venezuela. Il paese è in assoluto quello che più dipende dal petrolio visto che il greggio copre il 93% delle sue esportazioni. Quest’anno i proventi dovrebbero però fermarsi a 35 miliardi di euro, praticamente dimezzati rispetto ai 65 del 2014. Il presidente Nicolàs Maduro ha proseguito le generose politiche economiche avviate da Hugo Chavez finanziate regolarmente in deficit ma quando il petrolio viaggiava sopra i 100 dollari al barile. Si è però presto trovato senza i soldi per farlo. Senza i proventi del petrolio, senza dollari che entrano nel paese, senza la possibilità di finanziarsi sui mercati o quasi visto il tasso del 16% che pagano i suoi bond, il Venezuela non è in grado di importare quasi nulla. Misure di controllo dei capitali non hanno fatto che peggiorare la situazione. I dati sull’inflazione non vengono pubblicati dal 2013 ma si stima superi il 60%. Il risultato più visibile sono le code ai supermercati, gli scaffali vuoti e da ultimo l’adozione di misure folcloristiche come l’introduzione di scanner di impronte digitali nei punti vendita per controllare la quantità di prodotti acquistata da una stessa persona e contingentarla. Quello che si legge invece nei numeri è un paese avviato verso una profonda recessione e con ogni probabilità verso il default visto che nella seconda metà dell’anno sono previste, tra rimborsi titoli e interessi, scadenze per quasi 6 miliardi di dollari.

In questo quadro fosco si salvano paesi come Cile e Colombia che risentiranno certamente della situazione complessiva dell’area ma al momento senza particolari criticità. Il Messico è una storia diversa poiché, economicamente parlando, i suoi destini sono legati a filo doppio all’andamento degli Stati Uniti. Il paese esporta petrolio ma ha anche una diffusa attività manifatturiera che trae beneficio dai costi energetici più bassi. L’effetto “materie prime” è dunque sostanzialmente in pareggio. A una sorte simile, ossia un allontanamento dal centro – sud America e un avvicinamento agli Usa, potrebbe andare incontro Cuba ora che l’amministrazione Obama ha posto fine all’embargo che durava da 54 anni. Tecnicamente le restrizioni sono ancora tutte da smantellare, ma gradualmente si ristabiliranno relazioni anche commerciali. Nel recente passato Raul Castro è stato molto supportato dal Venezuela di Chavez, che non solo poteva permettersi generose politiche interne ma addirittura inviava 400mila barili di greggio al giorno a prezzo ridotto ai 16 paesi membri dell’alleanza Petrocaribe. L’Avana, che era il principale beneficiario del programma teso a garantire l’approvvigionamento a prezzi calmierati, ha visto per ora dimezzarsi l’afflusso di petrolio e ulteriori tagli seguiranno a breve. L’isola potrebbe presto trovarsi senza alternative se non quella di guardare agli (ex) odiati vicini.