In un periodo come quello attuale, nel quale tutti i politici si affannano a presentare riforme per “non restare esclusi dal treno della ripresa economica” (questo in sintesi è il monito di tutti i notabili della nostra politica ed economia), l’unico problema che rimane al cittadino elettore è quello di decidere se vuole stare dalla parte dei ‘riformatori’, cioè quelli che vogliono fare le riforme in modo aperto al contributo di tutte le parti politiche e sociali, oppure stare dalla parte dei ‘rottamatori’ (alla Renzi) improntata cioè al pragmatismo decisionista del suo ideatore che, come massima espressione della sua cortesia formale, ricerca l’altrui consenso allo stesso modo dei comandanti dei plotoni d’esecuzione quando chiedono: “vuole la benda sugli occhi?”.

Che siano buone riforme o cattive riforme; riforme utili o riforme che sarebbe meglio evitare, non se lo chiede nessuno… anche perché probabilmente nessuno se lo è mai chiesto. Perlomeno, nessuno se lo è mai chiesto nel modo giusto, cioè se le riforme all’esame del Parlamento sono buone per il Paese, oppure no; se sono buone per la gente o se sono invece buone solo per qualcuno che dalla gente comune ha già invece invece preso le distanze essendo di una ‘categoria superiore’.

Infatti le riforme che stanno assorbendo attualmente tutta l’attenzione del Parlamento sono riforme rivolte a tutelare principalmente gli interessi della classe politica, che pur di attribuire a sé stessa maggiore autonomia decisionale è disposta a sacrificare anche qualche colonna portante della democrazia (Italicum, ecc.) e quella delle classi meno abbienti (Jobs Act, ecc.). Se non ci fosse continua necessità di fare riforme non ci sarebbe nemmeno necessità di avere un Parlamento, però non basta la parola magica ‘riformare’ per risolvere i problemi del Paese. Negli ultimi trent’anni la maggior parte delle riforme sono servite solo a qualcuno per farsi i propri affari e alla classe politica per guadagnare in autoreferenzialità.

Ma in democrazia la politica non dovrebbe fare gli interessi del popolo, sovrano? E dov’è l’interesse del popolo nelle riforme attualmente all’esame del Parlamento? Nell’Italicum, c’è l’interesse del popolo o quello dei politici? Nel Jobs Act, c’è l’interesse del popolo o l’interesse dei Confindustriali? A questo proposito ricordo che in democrazia l’unica scala di priorità negli interessi che tutti i politici dovrebbero coltivare, indipendentemente dagli orientamenti e dai programmi del proprio partito, sarebbe quella del ‘codice etico‘ che, per semplicità, ho formulato nel modo seguente:
1. (al primo posto) gli interessi dei cittadini
2. (al secondo posto) l’interesse del partito
3. (al terzo e ultimo posto) l’interesse del politico

A prima vista sembrerebbe una formulazione banale, un po’ come dire che per vincere una partita basta segnare un gol in più dell’altra squadra. Infatti è così, ma mentre nelle partite di calcio le regole sono precise e vengono rigidamente fatte rispettare dagli arbitri, nella politica le regole se le fanno e se le disfano i politici stessi. Finisce così che i cittadini della presunta democrazia vedono i propri interessi (stabiliti nella carta costituzionale) passare dal primo posto della scala dei valori (il più alto), all’ultimo posto (il più basso). E gli stessi politici che ci hanno portato in questa miserabile situazione ci chiedono ora di approvare le loro riforme con le quali si garantiranno ancor più potere politico e personale.

Berlusconi ci ha riempito la testa per vent’anni sul pericolo comunista, abbindolando milioni di elettori. Un anno fa si è alleato col neo-capo del ‘pericoloso’ partito erede dei comunisti per fare il famigerato patto del Nazareno, palesemente utile solo ai due capi-popolo e alla loro strettissima cerchia di miracolati executives. E che dire dei cinesi, eredi del fallimentare comunismo internazionale, già definitivamente sconfitto dal prodigioso capitalismo liberista che ha prodotto incalcolabile ricchezza riversata a beneficio del mondo intero? Beh, riversata…solo in parte. E incalcolabile… probabilmente perché l’hanno già fatta sparire quasi tutta nelle tasche di pochi.

Lo statalismo comunista è un disastro (è il luogo comune di tutti i capitalisti e aspiranti tali), infatti la Cina comunista è già arrivata al secondo posto tra le superpotenze economiche globali e ieri, uno dei maggiori alfieri del nostro mondo capitalista, ci ha annunciato senza nemmeno versare una lacrima che la Pirelli ha passato il bastone di comando ai cinesi (ma non erano odiati comunisti statalisti?).

La realtà è che queste riforme, o rottamazioni che dir si voglia, servono solo a mettersi in coda ad un mondo capitalista globalizzato che si sta autodistruggendo, e il tanto vituperato sistema centralizzato comunista ne sta prendendo in qualche modo il posto. Il motivo è semplice: per fare grandi cose ci vogliono grandi capitali, e un sistema capitalista iper-liberista non può farlo perché troppo frazionato. Già ora per sopravvivere ha estremo bisogno di tagliare tasse, sfruttare al massimo i lavoratori, mettere in competizione tra di loro tutti i propri ricchissimi paladini (che tuttavia, essendo liberi, si fanno i fatti propri anche andando all’estero a investire e arricchendo così gli altri).

Il sistema liberista andava quasi bene, l’iper-liberismo porterà i suoi adepti alla rovina, ma noi siamo troppo impegnati a ‘rottamare’ e ad obbedire agli sciagurati piani di austerità europei per accorgerci.