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Una patrimoniale cieca farebbe fuggire capitali e fiducia. Diamoci uno scopo

I 15 miliardi recuperati tassando i grandi patrimoni devono essere destinati a ridurre l’Irpef. Non per premiare i redditi alti, ma per non confondere chi guadagna con chi possiede
Una patrimoniale cieca farebbe fuggire capitali e fiducia. Diamoci uno scopo
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La patrimoniale è una parola che arriva già colpevole. Prima ancora di essere definita, sembra minacciare tutto: la casa, il risparmio, la prudenza di una famiglia, il reddito di chi già versa ogni mese. È qui che il discorso si perde. Perché una tassa senza confini non è una riforma: è una paura. E una paura, in politica fiscale, produce solo due reazioni: difesa e fuga.

Il primo gesto, quindi, non è chiedere di più. È dire con esattezza chi non deve essere toccato: fuori la casa ordinaria, fuori il risparmio prudente, fuori il reddito di chi già paga tutto sotto lo sguardo dell’Irpef. Il riferimento Oxfam serve come ordine di grandezza, non come bandiera. Nello scenario più selettivo, il contributo riguarderebbe lo 0,1% più ricco: circa 50 mila adulti con patrimonio netto oltre 5,4 milioni. Sotto nulla; sopra solo l’eccedenza, con aliquote marginali dell’1, 2 e 3%. Gli esempi contano più degli slogan. Chi possiede 6 milioni netti pagherebbe 6 mila euro l’anno. Chi ne possiede oltre 10 netti meno di 60mila. Non è una confisca: è una quota della sicurezza estrema restituita alla comunità che la rende possibile.

Il gettito potenziale sarebbe intorno ai 13,2-15,7 miliardi l’anno. Non è una cifra salvifica: non risolve da sola sanità, scuola, produttività e debito. Ma basta per pretendere che ogni euro abbia uno scopo visibile!

Guardando i dati aggregati del Dipartimento delle Finanze, senza attribuire alla simulazione la precisione che solo i microdati consentono, qualcosa in più possiamo dirla. L’Irpef netta vale 197,4 miliardi ed è versata da 34,1 milioni di contribuenti. Fino a 50mila euro si concentra oltre il 90% di chi paga, con 108,9 miliardi. Sopra i 50mila restano circa 3,25 milioni di persone, meno del 10%, ma da lì arrivano 88,5 miliardi: quasi il 45% dell’intera Irpef. La principale imposta personale italiana si regge quindi su redditi dichiarati che il fisco vede subito.

Il sistema confonde troppo presto chi guadagna con chi possiede. Un medico, un docente, un quadro, un tecnico, un dirigente pubblico, un professionista possono guadagnare bene senza appartenere alla grande fortuna patrimoniale. In Italia il 43% marginale arriva sopra 50 mila euro; nel Regno Unito il 45% scatta oltre 125.140 sterline, in Francia oltre 181.917 euro, in Germania oltre 277 mila euro. Il punto non è proteggere i redditi alti: è non trattarli subito come grandi patrimoni.

Per questo la prima destinazione di questi 15 miliardi dovrebbe essere una riduzione dell’Irpef. Non per premiare i redditi alti, ma per non trattare il reddito visibile come se fosse già rendita. Circa 5 miliardi potrebbero finanziare una nuova curva: dal 43 al 33% fino a 70 mila euro, 38% tra 70 e 100 mila, 43% solo oltre 100 mila. Una simulazione statica su dati aggregati suggerisce un costo nell’ordine dei 5 miliardi, forse qualcosa di più secondo la distribuzione effettiva: non una stima ufficiale. Altri 5 miliardi dovrebbero andare a un Fondo delle capacità effettive: pochi capitoli, controllabili. Nidi, tempo pieno e mense; alloggi e garanzie d’affitto per studenti e giovani lavoratori; sanità territoriale e non autosufficienza; borse di studio e formazione tecnica. Non bonus ornamentali, ma infrastrutture di libertà: servono a lavorare, studiare, curare, restare, partire.

Il residuo dovrebbe restare fondo di prudenza: minori entrate, contenzioso, costi amministrativi, eventuale deficit. Una misura seria non spende in anticipo ciò che potrebbe non arrivare. Sa che la realtà reagisce.

E la realtà più dura è questa: i grandi patrimoni possono sparire. Sono mobili, assistiti, internazionali. Cambiano residenza, veicolo, giurisdizione, valutazione. Negarlo sarebbe falso moralismo. Per questo una patrimoniale puramente redistributiva non basta: il capitale deve vedere il fine della richiesta, altrimenti percepisce solo il pericolo. Servono soglie alte, aliquote moderate, base netta, poche esenzioni, norme su trust e società interposte, rateizzazione per beni illiquidi, cooperazione internazionale, exit taxation credibile. E un rendiconto annuale: quanto raccolto, quanta Irpef ridotta, quali servizi creati.

Una patrimoniale cieca farebbe fuggire capitali e fiducia. Un contributo di scopo può fare l’opposto: chiedere alla vetta una quota marginale della sua sicurezza per dare più peso alla base. Non vendetta. Non moralismo ma architettura civile.

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