In una sala cinematografica colma, la vedi arrivare avvolta in un caldo giaccone di lana verde, con i capelli di nuovo corti e biondi come ad inizio carriera. Lo sguardo che gli spettatori le puntano addosso è di muta attesa. Si capisce che il fascino di Alba Rohrwacher è qualcosa di più enigmatico e complesso di una semplice occhiata su grande schermo. La ragazzina che sarebbe dovuta diventare un medico, a nemmeno undici anni dall’esordio cinematografico con Carlo Mazzacurati (L’amore ritrovato, 2004) è oramai un’attrice affermata, passata da robuste particine di contorno al ruolo di protagonista in film come Cosa voglio di più (2010), La solitudine dei numeri primi (2011), Le meraviglie (2014) o Hungry Hearts (2014) per il quale ha vinto la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia come attrice protagonista. “Il mio è un mestiere in movimento. Cerco sempre di incontrare storie che mi coinvolgano e in cui credere, ma soprattutto farmi sorprendere dallo sguardo di un regista su una storia. Capita addirittura che scelga un film perché attirata da come viene descritta una singola sequenza”, racconta la Rohrwacher a FQMagazine.

Così Vergine Giurata, il lungometraggio appena uscito nelle sale italiane, diretto da Laura Bispuri e in Concorso alla Berlinale 2015, sembra la summa dell’attenta e parsimoniosa selezione di progetti cinematografici da esplorare e di ruoli da interpretare da parte di Alba. Hana è un’orfana raccolta e allevata come figlia propria da un pastore delle montagne albanesi senza discendenti maschi. La ragazzina per gratitudine nei confronti dell’uomo che l’ha salvata decide di sottoporsi alla legge del kanun e diventare una “vergine giurata”: si taglia i capelli, schiaccia il seno sotto la camicia, si veste con abiti maschili e lavora nei campi come un uomo. Hana diventa Mark, ma alla morte del padre in Albania in lei scatta qualcosa che la porterà a raggiungere la sorellastra scappata in Italia parecchi anni prima: “Hana/Mark non è un personaggio in pace. E’ una creatura a metà che si costringe in un corpo prigione. Con Laura Bispuri siamo partiti dalla figura di una donna che si traveste da uomo per poi ritornare nuovamente donna, lavorando molto sulla credibilità dei suoi atteggiamenti maschili. Abbiamo cercato un corpo che riuscisse a trasmettere questa sensazione della trasformazione, poi che diventasse scomodo, infine qualcosa di cui la protagonista non avesse più paura per poi tornare donna. Non c’era un travestimento da adottare, ma una questione di piccoli accorgimenti e dettagli”.

Una metamorfosi del proprio corpo che Alba Rohrwacher affronta oramai in ogni suo film, un’immedesimazione fisica e mentale che ricorda scuole oltreoceano: “Non credo nel famoso “metodo” dell’Actor’s Studio. Però come nel caso di Hana/Mark in Vergine giurata sono come entrata nel personaggio per le 4 settimane di set, indossando i suoi abiti e adottando i suoi atteggiamenti senza abbandonarlo fino alla fine delle riprese”. Un’osservazione antropologica, quella adottata in Vergine giurata, che si mescola con l’ambito sociale e politico di un asse migratorio Italia-Albania che sembra mutato dai tempi de Lamerica di Gianni Amelio: “Abbiamo guardato con rispetto il mondo arcaico e isolato che abbiamo esplorato. Uno spazio, quello dell’Albania del Nord, in cui il ruolo della donna è pressoché cancellato, ma che ci permette comunque di parlare dell’Italia, dove certe libertà legate alla propria identità sono apparentemente scontate, ma dove si vivono invece lotte più sotterranee – continua la Rohrwacher – Tra l’altro in Hana/Mark trovo una certa ingenuità in quello che le accade. Farsi uomo in quella maniera ha qualcosa di fragile e romantico allo stesso tempo. Proprio perché nel mondo in cui viviamo ci sono diverse possibilità mediche per una donna che vuole diventare uomo. Mi sento quasi di proteggere questo personaggio come fosse un bambino”.

E’ inutile però portare Alba Rohrwacher sul terreno delle frivolezze. Lo sport preferito dai rotocalchi è altro rispetto ad una donna che ha fatto della sua professione un atto di serietà e di rigore morale: “Vergine Giurata è un film con una notevole forza politica e sociale. Come lo è stato Hungry Hearts. Tra l’altro oggi c’è una grande quantità di titoli importanti del cinema italiano che escono in sala. Molte voci, come quella della Bispuri, sono interessanti e libere. E’ un dato che certifica come il nostro cinema abbia una vitalità riconosciuta a livello mondiale. Peccato che anche solo il giorno di uscita di Vergine Giurata siano usciti anche altri tre titoli italiani e la settimana prima altrettanto. Bisognerebbe riuscire a trovare un equilibrio maggiore a livello distributivo, in modo che tutti i film usciti abbiano a disposizione almeno un paio di settimane per essere visti. Per condurre in porto la produzione di Vergine Giurata ci sono voluti più di tre anni, non è giusto che il pubblico non abbia la possibilità e il tempo per poterlo vedere”.

Nulla trapela sui nuovi impegni di lavoro: L’ultimo vampiro di Marco Bellocchio, Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, Viva la sposa di Ascanio Celestini e il thriller internazionale Taj Mahal sulla strage di Mumbai assieme alla star di Nymphomaniac, Stacy Martin. L’Alba nazionale coltiva pugnacemente la sua dolce riservatezza e attende la prossima “prima”, probabilmente il prossimo film di Garrone a Cannes, ancora su qualche palcoscenico internazionale (“ma non sono un habitué della Croisette e tantomeno di Venezia o Berlino”): “La prima del film che hai interpretato è il momento più emozionante ma anche quello più difficile che vivo nella creazione di un’opera. Ogni volta è come se vedessi dei ricami messi in fila, pezzetto dopo pezzetto, riuniti in un’unica grande trama”.