Dall’Orso all’Ultimo Lupo. Il ritorno al cinema del regista francese Jean Jacques Annaud è ancora una questione animale o ancor meglio di febbrile attenzione per il rapporto tra uomo e natura. Tra 480 tecnici, 200 cavalli, un migliaio di pecore, 25 lupi e una cinquantina di loro addestratori e massaggiatori dislocati sul set nella steppa della Mongolia, Annaud ha portato a termine dopo sette anni di preparazione e lavorazione L’Ultimo Lupo: il suo ultimo spettacolare lungometraggio d’avventura che lo colloca ancora una volta tra gli autori più coraggiosi e intraprendenti del cinema contemporaneo.

Colui che ha sempre di dichiarato di non aver mai apprezzato il cinema della Nouvelle Vague (“sono nati vecchi”), dopo aver esplorato l’Africa occidentale nel suo primo film che vinse l’Oscar come miglior film straniero (Bianco e nero a colori, 1976), la preistoria ne La guerra del fuoco (1981), il medioevo ne Il nome della rosa (1986), il Tibet degli anni ’50 con Brad Pitt in Sette anni in Tibet (1997), ma soprattutto le montagne della Columbia Britannica e le Dolomiti ne L’orso (1988), ha dedicato gli ultimi anni della vita a costruire un set nella profonda Cina dell’Ovest dove, tra droni al posto delle gru per le riprese aeree e cuccioli di lupo che sembrano cagnolini da giardino, ha messo in scena uno dei romanzi più letti in Cina, Wolf Totem di Jiang Rong.

È la storia di Chen Zhen, un giovane studente di Pechino che viene inviato nelle zone interne della Mongolia per insegnare parole e numeri ad una tribù nomade di pastori. A contatto con una realtà diversa dalla sua, Chen scopre di esser quello che ha molto da imparare sul senso di comunità e di libertà, ma specialmente sul lupo, la creatura più riverita della steppa. Sedotto dal legame che i pastori hanno con il lupo e affascinato dall’astuzia e dalla forza dell’animale, Chen trovato un cucciolo decide di addomesticarlo contravvenendo alle direttive del governo centrale cinese di eliminare, a qualunque costo, tutti i lupi della regione.

“Tutto è cominciato quando una delegazione di cinesi è venuta a incontrarmi a Parigi sette anni fa”, ha spiegato Annaud alla stampa internazionale. “Bisogna però considerare che l’impatto del libro di Rong sulla società cinese è stato colossale. Il totem del lupo (in Italia edito da Mondadori ndr) è diventato il successo letterario più importate dopo il Libretto rosso di Mao. I lettori hanno scoperto l’esistenza dei questi luoghi magnifici e puri della Mongolia Interna, che oggi è fortemente minacciata. Nel “giovane istruito” protagonista del libro che s’innamora di un luogo così improbabile ho ritrovato me stesso agli albori della mia carriera. È stato allora che le persone che poi sono diventate i miei produttori e i miei collaboratori, arrivarono nel mio ufficio, a Rue Lincoln a Parigi. Mi proposero di adattare il romanzo per il grande schermo. Gli ricordai che io non ero proprio ‘benvoluto’ dalle autorità cinesi, ma loro dissero “La Cina è cambiata. E poi siamo persone pragmatiche: abbiamo bisogno di lei”.  Accettai la loro offerta di andare a Pechino. Arrivato in Cina mi resi conto che i miei film erano molto diffusi in tutto il paese”.

L’Ultimo Lupo, in alcune sale in versione 3D, è una mega coproduzione cinese-francese pronta per il mercato solo di questi due paesi, in cui si è però inserita la Notorius per la distribuzione italiana, dopo che gli ultimi film di Annaud non avevano avuto molto successo in Italia (Sa Majeste Minor del 2007, completo flop in Francia con neanche 100mila spettatori, non era stato nemmeno distribuito ndr). La fortuna del film risiede molto nella preparazione dei lupi, spesso animali veri in scena e quasi mai riprodotti e moltiplicati in computer grafica, grazie al capo addestratore il canadese Andrew Simpson che ha iniziato a lavorare con loro nel 2005.

“La produzione cinese ha accettato di finanziare la preparazione, accettando il fatto che ci sarebbero voluti tre anni affinché girassimo la prima scena. Bisognava prendere dei cuccioli di lupo, farli crescere all’interno di parchi costruiti appositamente per il loro sviluppo, sotto una sorveglianza costante”, ha specificato Annaud. “Il lupo è un animale molto selvaggio, sempre sul chi va là. Obbedisce solo al suo capo branco, che a sua volta obbedisce all’addestratore solo quando vuole – ha continuato – I grandi attori spesso sono incontrollabili, deconcentrati, affascinanti ed emotivi. A volte invece sono adorabili, come il nostro capo branco, il re Cloudy, a cui ho affidato il ruolo principale. Aveva deciso che ero suo amico, potevo accarezzarlo e ogni mattina mi saltava addosso leccandomi il viso. Un privilegio raro, che mi ha fatto buttare numerose giacche a vento e procurato non pochi graffi”.

Per Annaud, uno dei registi più premiati e con il maggior numero di titoli sempre nella top ten annuale degli incassi in patria si tratta ancora di un film che ha in un romanzo il robusto spunto di partenza. Dopo, tra le altre, le opere di Umberto Eco e Marguerite Duras, è toccato a Jiang Rong e il suo Wolf Totem: “La verginità degli spazi è uno degli elementi fondamentali del film. Lo splendore della steppa è lo scrigno del lupo della Mongolia, il simbolo eroico e selvaggio della vita selvaggia. Massacrando la vita degli altri ci stiamo avvicinando a un epilogo tragico. Io mi affliggo da anni guardando questo lento suicidio che la nostra specie sta perpetuando. Jiang Rong, l’autore del romanzo, è stato testimone dell’ignoranza devastatrice che ha distrutto l’ambiente negli anni ’60, degli errori fatti in Cina su larga scala come purtroppo dappertutto”.

Il trailer de L’ultimo Lupo